Gay è bello, i giornalisti lo devono dire Come l’Ordine rieduca i professionisti dei media

Gay è bello, i giornalisti lo devono dire Come l’Ordine rieduca i professionisti dei media di Andrea Lavelli e Caterina Vitale 21-05-2015 – 

Premessa d’obbligo: dallo scorso anno i giornalisti sono alle prese con l’ansia da formazione. L’Ordine dei Giornalisti infatti, dal 2014, recependo una direttiva europea, ha istituito l’obbligo per tutti gli iscritti – professionisti, praticanti e pubblicisti – di partecipare a corsi di formazione e maturare relativi crediti nell’arco di tre anni, pena sanzioni da parte dello stesso Ordine.

Sui corsi in questione è già stato scritto di tutto e di più, ai non addetti ai lavori basti sapere che si tratta di lezioni spesso tenute in orari di lavoro, alcune a pagamento e che quando è stata aperta la piattaforma on line per l’iscrizione c’è stata una specie di sollevazione per la presenza di liste a numero chiuso che limitavano fortemente le opzioni di scelta. Ma i crediti sono obbligatori, quindi ci si arrangia come si può. E ci si iscrive dove capita, dove c’è posto. Per intenderci il caporedattore di una rivista che si occupa, ad esempio, di spettacoli, per questioni di orari lavorativi, di liste e di coincidenze varie potrebbe trovarsi obbligato a frequentare lezioni dal titolo “Il settore dell’acqua: la nuova regolazione dei servizi idrici, problemi e prospettive”.

Nelle opzioni possibili qualche tempo fa è comparso un corso dal titolo “Il diritto di essere omosessuale”. Data 12 maggio 2015, docente Marilisa D’Amico, crediti 2, luogo via Festa del Perdono, ovvero all’Università Statale di Milano. Marilisa D’Amico è docente di Diritto costituzionale alla Statale, è Coordinatore della Sezione di Diritto Costituzionale ed è titolare di uno studio legale che si occupa di diritti contesi, specializzato, si legge sul suo sito, nel far valere i profili di illegittimità costituzionale, di violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e della Carta Sociale Europea. Componente della direzione nazionale del Pd, ha collaborato con lo staff del sindaco Pisapia per l’elaborazione del registro sulle unioni civili ed è stata ascoltata da poco in Commissione Giustizia al Senato durante l’elaborazione del ddl sulle “unioni civili” (il cosiddetto ddl Cirinnà).

Collabora con la Rete Lenford, avvocatura per i diritti LGBT, è stata tra i primi studiosi di diritto costituzionale ad occuparsi di pari opportunità e di discriminazioni di genere: oggi è una dei maggiori giuristi in Italia a portare avanti le istanze del cosiddetto mondo LGBT. Infine è responsabile scientifico del laboratorio “Omosessualità, un mondo nel mondo”, promosso da Gaystatale,  “un gruppo politico e apartitico che riunisce gli studenti LGBT dell’Università degli Studi di Milano”. Proprio il penultimo appuntamento di questa iniziativa è stato proposto dall’Ordine come corso formativo per i giornalisti iscritti agli Albi.

Si tratta di un ciclo di 10 incontri tutti incentrati sulle tematiche dell’omosessualità. Sarebbe interessate capire chi e in base a cosa ha ritenuto inserire questa lezione (e la successiva, “Omosessualità e Lavoro”, poi cancellata, almeno per i giornalisti) nelle possibilità di formazione obbligatoria per i giornalisti, e per quale ragione. Il pensiero non può non andare alle «Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT» emanate nel 2013 e di cui La Nuova Bussola Quotidiana aveva a suo tempo parlato denunciando l’ennesimo tentativo di indottrinare chi per professione dovrebbe solo raccontar la verità.

E proprio per amore di verità, siamo andati a sentire di cosa si trattava. Si parte dall’assunto che essere omosessuali in Italia oggi significa “mancanza di tutela e rispetto. E mancanza di tutela è il modo in cui la società ancora considera le tematiche legate all’omosessualità. È un tradimento profondo della nostra Costituzione”. Sono le parole della stessa Marilisa D’Amico che quando parla di tradimento della Carta si riferisce in particolare all’attuale stallo del provvedimento sulle unioni civili, subissato di emendamenti, oltre 4000, in Parlamento.

E allora che fare?  “Laddove non arriva la politica – spiega – in parte possono arrivare i giudici. Se c’è discriminazione possiamo studiare come giuristi il modo di portare davanti a un giudice questa discriminazione. Se un diritto viene riconosciuto da un giudice può darsi che questa sia la strada poi per un riconoscimento più generale”.

Proprio quello che ha fatto Rete Lenford, “un gruppo di avvocati che difendono i diritti delle persone omosessuali, che ha fatto una campagna per un’azione civile sul matrimonio ugualitario”. Ma in che modo? La strategia è semplice: “per andare davanti ai giudici è importante che ci siano persone che ci mettano la faccia”. Così “sono state raggiunte coppie omosessuali in tutta Italia e ci si è detti: se invece di un ricorso [alla Corte Costituzionale] ne facciamo tanti avremo più forza di fronte alla Corte”. E infatti “davanti alla Corte sono state sollevate alcune questioni e nel 2010 è stata emessa una sentenza” che sollecita di fatto il nostro ordinamento giuridico ad approvare una norma generale su questo tema. “Su questa decisione si basa il testo Cirinnà che parla di unioni civili”.

Alcuni forse già si rassereneranno, pensando che in fondo non si parla di matrimonio, ma di “unioni civili”… ma cosa sono esattamente queste “unioni civili”? Marilisa D’Amico lo spiega benissimo:  “È un matrimonio con un nome diverso perché nel modo in cui è disciplinato è esattamente un istituto che, tranne sull’adozione, comporta gli stessi diritti e gli stessi doveri delle coppie sposate. Anzi la cosa interessante è che in questo disegno di legge si rinvia alla disciplina civilistica del matrimonio. Per la regolarizzazione dei diritti e doveri dei componenti dell’unione civile e poi è stato fatto un elenco, perché volevano togliere dei diritti, poi non si sono resi conto che in realtà li han messi dentro tutti”.

Quanto all’adozione, che nel Cirinnà manca (sebbene ci sia l’introduzione dell’istituto della Stepchild adoption che permette l’adozione del figlio di uno dei due partner da parte dell’altro componente della coppia dello stesso sesso) la D’Amico conferma la strategia: “Sono convinta che se facciamo una causa su questo la vinciamo, e vale anche per la pensione di reversibilità: non bisogna mollare sugli aspetti specifici”.

Un accenno anche ai registri delle Unioni civili contratte all’estero, che ultimamente spopolano tra i sindaci arcobaleno: “È una vittoria, ma è un provvedimento limitato, ha un valore simbolico,” spiega la professoressa. “La battaglia politica è sacrosanta, ma il problema è che queste coppie purtroppo non hanno più diritti di altri perché giuridicamente ancora non abbiamo questo riconoscimento. Esiste una natura legislativa che non può essere sopperita dalla buona volontà dei sindaci e neanche dei giudici”.

Ecco allora che i giornalisti presenti in sala hanno potuto apprendere una preziosa lezione, anzi due: innanzitutto se il popolo e i suoi rappresentanti non condividono la battaglia per il matrimonio per tutti, è necessario forzare la mano con lo strumento giudiziario e poi, attenzione… “aldilà delle nostre battaglie la cosa più importante è fare cultura, perché se non si riesce a cambiare profondamente il modo di capire certi temi e a scardinare una serie di pregiudizi incomprensibili, non andremo da nessuna parte.” spiega la D’Amico.

E che dire di tutti coloro che in Italia credono nei valori della famiglia? “Il valore della famiglia tradizionale è un valore per chi ha una bella famiglia, ma che sia un valore in sé, francamente non credo lo credano in molti, non ci crede più nessuno,” spiega la D’Amico. E parlando della difficoltà a ottenere riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso e del ddl Scalfarotto fermo in Parlamento: “Sotto certi aspetti viviamo in una società che è ancora fortemente arretrata e quindi noi tutti dobbiamo impegnarci per cambiare le cose. Noi abbiamo una politica che è così perché purtroppo riflette una società che è ancora molto indietro e sulla quale dobbiamo assolutamente lavorare”.

È davvero incredibile sentire queste affermazioni a un corso indicato come formativo per i giornalisti. Qui comunque la professoressa cade in una contraddizione lampante: da una parte infatti dichiara che ormai nella famiglia naturale “non ci crede più nessuno,” mentre dall’altra afferma che la società italiana deve essere oggetto di un lavoro culturale perché non vuole modellare le leggi e la famiglia in base alle rivendicazioni LGBT. Delle due, quale?

Il tranello è sempre lo stesso e bisogna stare bene attenti a non caderci: come abbiamo visto, questi progetti vengono portati avanti da una piccola minoranza di attivisti che mirano a ribaltare le leggi usando la giurisprudenza, mentre il popolo della famiglia è silenzioso, ma numeroso e maggioritario (vedi le grandi manifestazioni delle Sentinelle e de La Manif). La loro tattica è proprio quella di convincerci che siamo soli, che siamo rimasti in pochi a credere nella famiglia, quando in realtà sanno che è esattamente il contrario.

Ma qui sorge una domanda fondamentale: questo era un corso di formazione o un momento di propaganda? “Noi tutti dobbiamo impegnarci a cambiare le cose”, così si conclude il corso, e non c’è affermazione più vera. Ecco perché abbiamo voluto raccontare questa storia, ed ecco perché il popolo della famiglia non solo adesso ha la coscienza vigile e a imparato a riconoscere le tattiche LGBT, ma ha anche capito che per contrastarle basta alzare una mano, rompere il silenzio, superare la paura, prendere posizione. Ci renderemo conto che non siamo soli.

Gilberto Gobbi

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