Fiori

Sono le diciannove e zero sette. Questo significa che mancano undici minuti alle diciannove e diciotto che è l’ora a cui parte il treno e che quindi lei, la signora Martina, ce la potrebbe anche fare.

Lei ce la potrebbe anche fare se solo la signora prima di lei si spicciasse.

La signora prima di lei ha il carrello pieno e non si spiccerà.

Lei perderà il treno. Un’ora e ventun minuti fino a quello successivo.

Lei ha solo cinque cose: il pane, il latte, il caffè e la scatolina di tonno, che sono la colazione e il pranzo di domani e il flacone grande di Piastrella plus, ché è rimasta senza. Il Piastrella Plus serve a pulire le scale, e quello glielo dovrebbe passare la ditta, perché uno che pulisce le scale, almeno il prodotto bisogna darglielo. Ma quello che le passa la ditta è una schifezza: uno pulisce le scale e poi sono sporche come prima e allora il prodotto se lo compra lei, a spese sue, il Piastrella Plus appunto, che, in quel supermercato lì, costa un po’ meno.

Lei ha solo cinque cose: forse la signora davanti guarda dalla sua parte e poi dice : Ma passi, prego!- Una signora con tutta quella roba lì ha la macchina, mica deve prendere il treno o il tram o la metropolitana. La signora dirà.- Ma prego passi pure!-, la signora Martina dirà – Grazie, ma com’è gentile!- e alle diciannove e diciotto sarà in stazione, alle venti i cinquanta sarà nella sua stanza e alle ventuno e venti sarà nel suo letto, con i piedi su due cuscini a sgonfiarsi un po’ perché, dal mattino, ha sessantadue scale pulite, su quei piedi e ora sono così gonfi che le cinghiette delle scarpe ci affondano dentro come quando uno mette il dito nella maionese. In più alle ventuno e venti su rete quattro comincia La terra del nostro Brasile e questa è la puntata dove Suor Bastiana incontra donna Teresita.

La signora davanti lancia una mezza occhiata alla signora Martina e alle sue cinque cose e poi si rimette a guardare nel suo carrello.

Un’ora e ventun minuti di giornata di più.

Ci sarebbe la possibilità di chiedere alla signora di farla passare. Potrebbe dire:- Mi scusi, signora ho solo cinque cose, mi parte il treno…- Potrebbe almeno provare. La signora Martina giocherella qualche istante con l’idea, poi lo stomaco le si chiude, le pulsazioni accelerano e dentro la testa le rimbomba la voce di suo padre: Non si chiede mai. Non si deve chiedere mai. Nulla a nessuno. Noi siamo gente che non chiede mai. MAI. Straccioni sì, straccivendoli sì, ma mendicanti noi no. Mia figlia, almeno mendicante no.

Anche ora, che suo padre è morto da anni e lei non è più bambina da anni, a ripensarci, per un istante trema.:- Non si chiede mai. Mai. Che almeno non faccia la mendicante.-

E anche ora, che suo padre è morto da anni e lei non è più bambina da anni, a ripensare a quell’almeno le si chiude la gola.

La signora Martina ricorda le lettere a babbo Natale che non ha mai scritto. Ricorda le zie che, loro, qualche soldo ce l’ avevano, che le domandavano :- Ma che cosa vuoi? Una bambola? Un golf?- E lei , sotto lo sguardo truce del padre:- Niente, non voglio niente.-

Ricorda la lettera del patronato: le avrebbero dato i libri gratis e avrebbe potuto finire le medie, bastava firmare, ma il padre non ha firmato, anzi si è arrabbiato e ha di nuovo spaccato tutto, urlando che loro non erano straccioni e non chiedevano la carità a nessuno. Che almeno sua figlia imparasse a non chiedere. Mai. Almeno quello. Perché tanto lei le scuole cosa le avrebbe dovute fare a fare?

Quell’ almeno e quel tanto le risuonano nella testa come le trombe del giudizio universale.

La signora davanti comincia a passare. La signora Martina guarda con astio la collinetta di mercanzia che si è fatta sulla cassa: almeno fosse roba da mangiare, cose utili, detersivi! Sono stupidaggini: cose da giardinaggio, forbici per potare, vasi, fertilizzante, sacchetti di terra, buste di semi. Ci sono decine e decine di buste di semi, con sopra la fotografia del prodotto finito: mentre la cassa fa un clink per ognuna delle bustine, perché hanno un prezzo diverso a seconda del contenuto e, quindi, bisogna passarle tutte una per una, migliaia di fiori multicolori stazionano sulla cassa.

Ha un balcone grande?- dice la commessa

Ho un giardino- risponde l’altra serenamente.

La signora Martina la odia. Non ha mai odiato nessuno così tanto in vita sua. Sono le diciannove e ventisei. Il suo treno è partito da almeno due minuti. Dovrà tenersi i cinghietti che si piantano nella pelle delle caviglie come la spatola nel burro per un’ora e ventuno in più. Si perderà anche la puntata La Terra del Nostro Brasile e non saprà se Suor Bastiana ha capito che Donna Teresita altri non è che la sua bambina perduta da neonata durante l’epidemia oppure resta ancora nella disperazione. Per un attimo gli occhi della signora Martina si riempiono di lacrime perché di guardarsi La Terra del Nostro Brasile guardata dal letto con due cuscini sotto i piedi, per quella sera lì, non se ne parla.

Sono le sette e trenta quando la signora Martina arriva alla cassa. Adesso è la commessa che ha fretta, perché tra trenta secondi può chiudere il supermercato e andarsene e, se abita vicino, lei La terra del Nostro Brasile se lo potrà vedere, mentre la signora Martina, che il treno ormai lo ha perso, tende a tirare in lungo, perché il supermercato è riscaldato e la stazione no.

Purché si spicci, è la commessa stessa che le caccia rapidamente le sue cinque robe in un sacchetto, le preleva i suoi otto euro e quarantatre centesimi, rilascia regolare scontrino e ,finalmente, la mette fuori dal supermercato e le chiude la saracinesca dietro.

Alle ventidue e quarantatre, quando la signora Martina sbarca nel suo monolocale La terra del nostro Brasile è finito da venti minuti e i cinghietti affondano nel gonfio dei piedi come un coltello nel prosciutto. La signora Martina mette su la pentola di acqua per la minestrina e poi si mette sul tavolo del cucinotto a svuotarsi il sacchetto: Piastrella Plus, latte ( in frigo), tonno, pane…La signora Martina sbianca e si deve sedere. Nel sacchetto, come un folletto malefico, si è infilata anche una piccola busta di semi da giardino, con sopra la fotografia di una trionfale distesa di viole del pensiero gialle e viola. La stupidissima signora con il suo stupidissimo carrello carico del necessario per infiorare la pianura Padana e per far perdere a lei il treno, un’ora e ventun minuti di vita e l’incontro di donna Teresita con la madre perduta, ha dimenticato una delle sue stupidissime bustine di stupidissimo fiori gialli.

Con un ultimo sussulto di speranza la signora Martina ricupera lo scontrino: forse non è successo niente di grave. Forse la commessa ha pensato che una delle bustine di semi fosse sua e l’ha messa in conto a lei. Può succedere. E invece no. La commessa non gliel’ha fatta pagare. Altrimenti detto: la signora Martina ha rubato.

RUBATO.

E’ una ladra.

LADRA.

Le pulsazioni sono alle stelle, la pressione pure, il respiro manca, un sudore gelido ricopre la signora Martina.

Non è la prima volta che la signora Martina indulge in un furto. Ne ha già commesso uno a sei anni e mezzo, al mercato. Era con suo padre perché mamma era di nuovo a letto con il male alla schiena e toccava al padre, con tutto quello che aveva già lavorato, di fare la spesa. Era maggio e sulle bancarelle c’erano le ciliege: collinette di ciliegie, metri cubi di ciliegie, milioni di ciliege, trilioni di fantaslioni, come i dollari di Paperon de Paperoni. Loro però le ciliegie non le avrebbero comprate, neanche un etto, neanche una, perché le ciliegie erano stolidamente care e solo gli stupidi e quelli che gli regalano i soldi le avrebbero comprate, mentre il papà, che è saggio e i suoi soldi se li guadagna duro con il suo carretto di straccivendolo, mica li butta via così. Però, a un certo punto, una delle ciliegie gli era andata in mano, alla signora Martina seienne, quasi da sola: forse un qualche maligno folletto. Era una ciliegia, grande, quasi nera, lucida, con tutta la luce di quella mattina di maggio che le si rifletteva sopra, una di quelle contemporaneamente morbide e sode, dolcissime e aspre, una di quelle ciliegie che ha dentro tutti i sapori della primavera e del mondo. La signora Martina aveva guardato la ciliegia, la aveva contemplata come si contempla un oggetto d’arte, e in quel momento una micidiale manata sulla nuca l’aveva fatta cadere in ginocchio: la ciliegia le era rotolata via, poi un altro colpo, questa volta sulla faccia e un altro ancora e la voce di suo padre che urlava che lui non era il padre di una ladra. UNA LADRA. Straccione e straccivendolo sì, ma non il PADRE DI UNA LADRA.

Poi le aveva fatto raccogliere la ciliegia e le aveva fatto dire, davanti a tutti, tra le lacrime, con il naso che le sanguinava per i ceffoni, sono una ladra, sono una ladra, sono una ladra. Poi la gente aveva detto che no, basta, basta così, per carità, e il padre si era ancora arrabbiato perché, per colpa sua, di nuovo lo avevano trattato da pazzo e lo avevano cacciato e le aveva fatto fare a calci la strada fino a casa, facendole ancora dire, a ogni calcio, che era una ladra.

Bisogna dire che la lezione è servita, perché in tutta la sua vita la signora Martina non ha mai più preso nulla che non fosse rigidamente suo, non raccoglie nemmeno le more sui rovi, fino a quella maledetta sera con la bustina di semi. La parte di lei che ha ancora sei anni e mezzo annaspa nell’orrore e nel panico, e già progetta di rimettersi le scarpe con i cinghietti, riprendere il treno e andare a depositare la bustina nelle inferriate del supermercato.

Finalmente la parte di cervello che di anni ne ha trentasei ricomincia a funzionare. Non è successo niente. E’ stato un incidente, non un furto. Andrà domani a restituire la bustina.

Niente di grave.

Restituire a chi? La bustina evidentemente era già stata pagata: quindi tecnicamente restituirla al supermercato non annulla il furto, visto che la legittima proprietaria è la signora con giardino. Oltretutto se la signora Martina si presenta al supermercato con la bustina non la guarderanno come l’onesta, ma, nella migliore delle ipotesi, come la stramba o quella che sta cercando di distrarre l’attenzione perché ha qualcosa da nascondere. Potrebbe andare fino al banco delle bustine e rimmetterla nel mucchio. E se la vedono armeggiare e la scambiano per una ladra?

Questo mai, piuttosto si butta giù dal quarto piano.

La parte del cervello che di anni ne ha trentasei non riesce ad evitare il tremito e la nausea che, sempre, le piombano addosso quando ripensa a quella mattina di maggio, ma, comunque, riesce a ristabilire la calma. Non è successo niente. Non è un furto, Basta così. Non conoscendo l’indirizzo della signora con giardino, la signora Martina non restituirà la bustina e basta così.

Si passa la problema due: che fare con la bustina? L’ipotesi più semplice è scaraventare i semi nella spazzatura e andare finalmente a mangiarsi la minestrina, ma questo sarebbe uno spreco, perché della roba nuova, non pagata e non voluta d’accordo, ma nuova finirebbe nella spazzatura. E lo spreco non è praticabile, perché lo spreco è un altro divieto assoluto nell’etica del padre, confinato alle abitudini di gente balzana e sciupona, della cui categoria loro non fanno parte. MAI. La signora Martina mica si è dimenticata quando lei aveva cercato di buttare via quello che era avanzato dei fagioli tre giorni prima e che lei doveva finire anche se lei i fagioli li odia e ormai sulla parte dei fagioli che usciva dal brodo c’era una pellicina tipo muffa che era color verde muffa che in effetti era muffa. Era un ricordo che stava vicino alle ciliegie.

Regalare la bustina a qualcuno. Chi? E con che scusa? Farebbe di nuovo la figura di quella stramba e questo MAI. La signora Martina si ricorda anche quando in un tema a scuola aveva scritto di quanto mamma doveva stare a letto con il mal di schiena ed era venuta l’assistente sociale a fare domande, e papà ci aveva fatto di nuovo la figura di quello strambo. La signora Martina , però, sa che anche procurarsi un vaso e della terra e piantare i fiori presuppone una violazione, perché il tempo e l’acqua necessari alla loro crescita rientrano sempre nella categoria spreco, senza contare il vaso e la terra iniziali: la signora Martina , che ovviamente non ha mai posseduto né un cane, né un gatto, né un canarino, ha ben piantato nella memoria, di fianco al banco di ciliegie, quando la madre aveva stupidamente piantato due gerani in due vecchie latte di pomodori. Suo padre si era così arrabbiato, perché lei gli sprecava i soldi che lui guadagnava per nutrire le piante, che la mamma aveva dovuto restare a letto con il mal di schiena per almeno due settimane. A questo punto la signora Martina si ricorda di aver visto in basso, sul cassonetto della spazzatura davanti all’ingresso un vaso con dentro un pianta seccata. Lo va a prendere, butta la pianta morta, scuote un po’ la terra, apre la busta, contempla i piccoli semi, li conta ( quindici) fa con uno stuzzicadenti altrettanti buchetti, li sistema, li guarda e poi li ricopre. Bagna il tutto e poi finalmente se ne va a dormire. Trema ancora, ma ha una sensazione strana dentro. Per la prima volta in tutta la sua vita la signora Martina invece di addormentarsi subito pensa. Il pensiero corre come una lepre impazzita tra le ciliegie e i gerani nelle latte di conserva riempite di terra.

Per fortuna la routine si ristabilirà il giorno dopo. Suor Sebastiana non ha riconosciuto la figlia, ma, al contrario, è donna Teresita che ha dei dubbi. Il fatto è che don Antonio ha fatto sparire tutte le prove, e quindi il riconoscimento è diventato impossibile. Il dubbio si trascinerà per due mesi. Poi alla fine di febbraio una vecchia cieca all’ospizio dichiara che lei era la levatrice alla nascita di Donna Teresita, ma don Antonio la fa deportare in manicomio.

La mattina dopo la Signora Martina è ancora scombussolata per l’infamia. Di tutta la giornata della signora Martina, la parte più dura è il mattino, perché c’è ancora tutta la fatica da fare e mancano ancora quattordici ore alle ventuno e venti che sono l’evidente clou di tutta l’esistenza. Mentre armeggia con il caffè chiedendosi perché l’Altissimo non stermini i malvagi e per quale motivo a don Antonio gli vada sempre tutto bene, la signora Martina resta folgorata: dalla terra del vecchio vaso spuntano una dozzina di bottoncini verdi. Qualcuno è un po’ più alto, qualcuno più piccoletto. Sono piantine. Diventeranno fiori. La signora Martina li fissa incantata e incredula. Si rende conto che non si era mai fermata a pensare che qualcosa sarebbe nato. Ha fatto solo la cosa, tra tutte le opzioni possibili, che dava un’angoscia un po’ più bassa delle altre, ma non è che veramente si era mai posta il problema di cosa sarebbe venuto fuori. Ma qualcosa è uscito; dodici minuscoli bottoncini verdi: le dita ruvide passano sul fresco morbido degli dodici minuscoli miracoli che ieri non c’erano e oggi sì. La signora Martina guarda le piantine come se fossero figli suoi. Se avesse scaraventato tutto nella spazzatura ora i miracolini non esisterebbero. La signora Martina ripensa ai gerani della mamma, aggiunge un po’ d’acqua alla pianta e se ne va a lavorare con una curiosa sensazione: come il sasso che da sempre si porta tra lo stomaco e l’anima abbia cominciato ad alleggerirsi un po’. La sera finalmente arriva. Don Antonio comincia ad avere i guai suoi. Tempo una settimana e tutto il suo castello di menzogna comincia a fare acqua. I bottoncini sono già abbastanza grandi da riconoscere cosa diventerà fiore e cosa foglia. Ci vogliono due giorni perché donna Teresita e Suor Sebastiana si riconoscano ( Dio c’è) e perché spuntino i fiori, dodici miracoli gialli screziati di blu scuro. La signora Martina non riesce a ricordare di avere mai visto nulla di più bello: le sue dita grosse e ruvide con le unghia sudice passano e ripassano sulle corolle lisce mentre donna Teresita comincia e ricuperare la memoria. -Il destino non è mai scritto: siamo noi che ce lo facciamo.- dice suor Sebastiana, che in realtà altri non è che donna Matilda, la vera donna Matilda.

Il giorno dopo la signora Martina va a lavorare e si sente, be’, come non si è mai sentita. Al ritorno, tra le diciannove e le diciannove e sedici, mentre aspetta il treno, la signora Martina si ferma a guardare l’edicola della stazione. Questo, per la verità, lo aveva già fatto in passato. Guarda Topolino. Da bambina leggeva quelli delle compagne di scuola. Le piaceva. Ma questa volta guarda anche i manuali. Le edicole delle stazioni pullulano sempre di manuali. Evidentemente una discreta percentuale di viaggiatori medita, durante gli spostamenti, di cambiare mestiere e l’editoria si adegua. Come allevare cincillà nel giardino di casa. Internet spiegato ai semplici. Come allevare coccodrilli in garage. Internet spiegato ai minorati mentali. Come fabbricare borse di coccodrillo. Internet spiegato agli scimpanzé. Come convertire i coccodrilli allevati in garage in borsellini porta euro. Internet spiegato alle amebe.

Eccolo, finalmente: Piante e fiori di casa tua. Cinque euro e cinquanta centesimi. (diecimilaseicentoquarantotto lire). La signora Martina lo compra. Ha un attimo di smarrimento perché un’esplosione il padre le rimbomba dentro il cranio per tutto quello spreco, tutta quella stramberia, perché tanto lei non leggerà mai niente, non è neanche il caso che finisca le medie, tanto tutto quello che avrebbe potuto diventare è una che almeno non chiede, non ruba e non è stramba. Ma lei riesce a ricacciarlo nel silenzio. Il destino non è mai scritto: siamo noi che ce lo facciamo.- dice suor Sebastiana. La signora Martina tira fuori i cinque euro e mezzo e compra il manuale. Poi aggiunge un euro e venti e compra Topolino. Sul treno la signora Martina ci sale tenendo il libro ben in vista. Si siede, apre il suo manuale e comincia a leggere, con una sensazione non altrimenti definibile che come cambiamento di stato. Fa parte anche lei del gruppo di quelli che leggono. Ogni tanto lancia piccole occhiate in giro per assicurarsi che qualcuno ci sia ad assistere. La fucsia viene dalle brume inglesi: poca luce e molta acqua. Il filodendro invece arriva dall’Amazzonia: acqua a volontà, sia nel vaso che sulle foglie. Sono piante che la signora Martina conosce, anzi riconosce, perché stazionano sui pianerottoli delle scale che lei lava. Memorizzarne i nomi, all’inizio è una fatica che pare insormontabile, poi invece ce la fa. Dimenticato dall’età di undici anni, ritorna il piacere di memorizzare: prima le cose non si hanno nella testa e poi sì.

A casa la signora Martina mangia con le viole sulla tavola. La tele la guarda con le viole in braccio e a letto, con le viole sul comodino, prima di addormentarsi legge Topolino. Sì, perché, ora, lei è una che legge prima di addormentarsi, anche se non ha finito le medie perché tanto…

La mattina dopo la signora Martina si mette il libro in borsa così ha qualcosa da leggere in treno. Uscendo dà l’ultima occhiata alle viole. Forse la sua cucina è un po’ buia: il libro si è raccomandato sull’esposizione alla luce, che non deve essere diretta, ma nemmeno quella di un finestrino che si apre su un muro. La signora Martina prende le viole e la sposta sul pianerottolo, come i monumentali ficus delle scale che pulisce lei. E per tutta la giornata ogni tanto ripensa a tutti quelli che passeranno e vedranno lo splendore delle viole che sono sue, vale a dire un accidenti di nessuno, perché, dato che c’è l’ascensore le scale sono deserte, ma comunque un barlume di gongolamento le svolazza nella testa come una farfalla. Al ritorno sul treno la signora Martina impara a distinguere le viole: la sua si chiama tricolor per il giallo, il blu scuro e il bordino di arancio che borda i tre petali centrali. All’arrivo una laminata di buio si abbatte su tutto il rosa della giornata. Le viole non ci sono più. Non è che siano state rubate, perché il vaso c’è ancora, anche se è stato evidentemente preso a calci, visto dove si trova e quanta terra ha sparso in giro. Le viole sono semplicemente strappate, sparse in giro, a pezzi e a bocconi, con il loro giallo già rinsecchito.

Forse l’ascensore si è rotto e qualcuno molto arrabbiato ha fatto le scale a piedi… Forse un animale? ( caimano da borsetta scappato dal garage? Cincillà evaso dalla vasca da bagno? )

Forse…

La signora Martina ha esaurito i forse.

Il padre le è riesploso dentro alla testa.

Dopo aver pulito il pianerottolo e buttato quello che resta del vaso se ne va a letto e lì se ne resta guardando il soffitto con gli occhi spalancati. Trema è ha voglia di vomitare. Alle ventuno e venti la signora Martina accende il televisore, ascolta Donna Matilda, già suor Sebastiana, che spiega che il destino non è scritto e spegne immediatamente, perché il destino è scritto e quando ti dicono che non lo è, è una bugia. Suo padre almeno le bugie non le diceva. Sua madre sì. Aveva i gerani nelle latte e diceva le bugie. Le aveva detto che le voleva bene e che non la avrebbe mai lasciata e, invece, il suo ultimo giorno di scuola la signora Martina era tornata a casa e la aveva trovata appesa al soffitto con un lenzuolo a strisce stretto attorno al collo e la faccia viola. E lei era rimasta sola con il padre. E ora aveva avuto le viole ed era rimasta sola, senza viole. Tanto vale non avere mai niente, così quando non ce l’hai più sei già abituato a non averlo. Mai più niente. Tanto…Almeno…

Il giorno dopo la signora Martina va a lavorare come al solito. Come al solito scende dal treno, passa davanti al supermercato e, come al solito, si ferma a guardare gli annunci, perché non si sa mai. Cercasi Colf. Cercasi abile colf. Cercasi colf abile e sperimentata. Per fare la colf tanto vale continuare con le scale. Almeno non ci sono mutande in giro. Cercasi giardiniere. Cercasi Colf. Cercasi colf seria e onesta…

Chissà se qualcuno telefona e dice:- Scusi sono una colf disonesta, va bene lo stesso?…-

Cercasi giardiniere. I suoi occhi continuano a tornare sul cercasi giardiniere.

I giardinieri sono maschi.

Le scale le puliscono le femmine e i giardinieri sono maschi.

Così è.

Cercasi giardiniere, non giardiniera.

Non è richiesta esperienza. Perlomeno non c’è scritto.

E’ una stupidaggine.

Lei è una che pulisce le scale.

Mica fa il giardiniere.

Non lo vogliono sperimentato d’accordo, ma lo vogliono giardiniere, mica una che pulisce le scale e sta cercando di riciclarsi in qualche maniera.

La signora Martina resta a lungo davanti ai piccoli annunci del supermercato, ma veramente a lungo, poi, passo dopo passo, finalmente si muove. Raggiunge il bar Da Katia, dove c’è uno degli ultimi telefoni pubblici del quartiere, perché ormai tutti hanno il cellulare. Di lì telefona in ditta e dice che ha dei problemi…non proprio malata ( non si mente MAI)…dei problemi: può fare il pomeriggio…e ricupera sabato.

Il giardiniere lo cercano da TUTTO PER IL VERDE che è un ciclopico magazzino due strade più in là. Dentro c’è un tizio lungo e sbilenco che è quello che ha messo l’annunzio. E’ in mezzo a centinaia di vasi con dentro piante di tutti i verdi possibili. Non fa commenti sul fatto che lei sia femmina e si informa sull’ esperienza. La signora Martina resta un attimo perplessa con l’ingiunzione a non mentire mai che le risuona dentro come le campane del giudizio universale.

Alla fine risponde che ha sempre curato i fiori di casa sua.

Poi si gira e indica in giro: fucsia, poca luce, appenderla in alto, da dove si veda la cascata di fiori. Ficus beniamina: molta acqua e nebulizzare sulle foglie.

Il tizio sbilenco sembra favorevolmente impressionato. Sa potare? La signora Martina resta a lungo nel dubbio ( non si mente MAI), poi però china la testa e dice no. Pare sia la risposta giusta: il tizio sbilenco è tutto contento. E’ molto più facile insegnare bene a uno che non sa niente che a uno che già fa e fa sbagliato.

La signora Martina annuisce e scuote la testa con convinta compartecipazione. Perché, dice il tizio, lei non si preoccupi, di lì a febbraio per la potatura lui ci insegna, perché lì di roba da potare ce n’è tanta…

La signora Martina resta senza fiato. La prende. La assume. Non solo sono duecento euro in più di quelli che prende ora per cinque ore in meno la settimana, ma vuol dire che lei, proprio lei, vivrà tutti i giorni in mezzo a tutti quei verdi, li farà germogliare, li farà fiorire…

Il tizio sbilenco la porta nel retro del capannone e di lì si esce in un enorme vivaio che si continua ininterrotto sulla collina. Sono file e file di minuscoli alberi da frutto: ognuno ricoperto da migliaia di fiori, rosa per i peschi, bianchi per i ciliegi e i meli. La signora Martina li guarda incantata. I suoi occhi continuano a spostarsi da fiori ad altri fiori, migliaia di fiori, milioni di fiori, fantaslioni di fantaslioni, come i dollari di Paperon de Paperoni.

La signora Martina pensa che il destino non è scritto e siamo noi che ce lo facciamo.

Comments

  1. Bellissimo,è una sensazione magnifica scoprire che basta dire “si” invece che “no” (o viceversa),prendere una decisione piuttosto che un’altra,usare alcune parole piuttosto che altre e e cose cambiano……L’importante è avere una direzione verso cui andare

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