Figli della provetta e omogenitorialità

Figli della provetta e omogenitorialità

«Io sono un prodotto comprato al supermercato dal quale è stata portata via l’etichetta.» A parlare è Stephanie Raeymaekers in una intervista al giornale Tempi. Nata da fecondazione eterologa vive alla ricerca del donatore e di eventuali fratelli consanguinei.  Il suo impegno è contro le leggi che tutelano l’anonimato dei donatori, leggi che vedono i bambini come un diritto degli adulti e non come persone aventi diritti. Ha incontrato molti figli della provetta come lei. Spesso ai figli nati da fecondazione eterologa in coppie uomo-donna non viene detta la verità. Quando scoprono la verità da adulti realizzano che il senso di estraneità sempre avvertito era fondato. La sensazione di molti di questi figli è la mancanza di una parte del puzzle per definire se stessi.

Audrey Kermalvezen , autrice del libro Mes origines, una affair d’etat, è un avvocato francese, nata tramite fecondazione assistita e testimonia quanto sia difficile essere stati generati in questo modo. Audrey ha sposato un uomo nato anche egli da eterologa, ma non possono sapere se sono stati generati dallo stesso donatore.

Proviamo a chiederci cosa provano i figli nati da donatore di gameti.

Al Daily Mail lo hanno descritto tre donne nate in provetta  in una intervista pubblicata il 24 giugno 2015.  Emma, Joanna e Christine hanno raccontato della mancanza, del disagio, del senso di colpa verso il padre sociale, colui che cresce il figlio, perché avvertono il vuoto e il desiderio/bisogno di conoscere da chi sono state generate.  Spesso viene detto a questi figli che senza la donazione non sarebbero mai nati, un copione imparato a memoria su quanto sono stati voluti.

Lauren Burns  sapeva solo che il suo padre biologico aveva codice identificativo C11 , dopo quattro anni di lotte è riuscita a conoscere il nome.  La sua storia è stata raccontata dai giornali e da uno speciale andato in onda sulla rete australiana ABC TV. Le questioni che riguardano la procreazione medicalmente assistita travalicano le implicazioni scientifiche per divenire fenomeno di costume dal forte impatto sociale.

Anche se esistono casi di figli dell’eterologa che vivono serenamente la loro condizione, sono sempre più frequenti i casi di persone che cercano disperatamente i genitori biologici, anche per questioni mediche, ma soprattutto per un istinto che spinge a voler ricostruire il proprio albero genealogico. Il Donor Sibling Registry ha sede in Colorado ed è nato con l’intento di aiutare i figli nati da eterologa a trovare il donatore ed eventuali fratelli consanguinei. Il Donor Offspring Europe (DOE) aiuta i figli dell’eterologa di Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Svizzera e Regno Unito. Queste iniziative affermano il diritto umano a conoscere le origini genetiche, diritto che ha una rilevanza sociale anche per il rischio di incorrere in relazioni incestuose.

Questi figli cercano un volto, non hanno scelto di essere concepiti in questo modo, ma si trovano ad essere un esperimento non solo scientifico, ma sociale e culturale. Anonymous Father Day (giornata del padre anonimo) è un documentario che dà voce ai nati da donatori di seme protetti da anonimato. Sono sempre più diffusi blog, siti e social con cui i figli cercano le proprie origini e si trovano tra consanguinei. My daddy’s name is donor  (N. D. Guenn , K. Clark , E. Marquardt ) è uno studio condotto su un campione di 485 adulti tra i 18 e i 45 anni, il primo monitoraggio su una generazione concepita in vitro. Il 67% del campione afferma di essersi sentito perso dal momento in cui ha appreso di essere figlio di donatore e di voler conoscere il padre biologico, il 70% fantastica sulla vita e le abitudini del donatore.

Alana Stewart del sito Anonymousus.org raccoglie le storie di chi ha scoperto come lei di non conoscere le sue radici. Emerge quello che viene definito Genealogical Bewilderment ,smarrimento genealogico, crisi di identità, senso di confusione. I figli sentono curiosità e ambivalenza rispetto alle loro origini, si chiedono a chi appartengono e si portano nel cuore una grande domanda di ricerca di senso.

Ora proviamo a riflettere su che cosa avviene nel caso delle coppie omosessuali che desiderano avere figli.

Per motivi che superano la volontà umana  e hanno fondamento nella natura, una coppia dello stesso sesso può avere figli solo ricorrendo alla donazione di gameti. Donazione di seme nel caso di una coppia lesbica, donazione di ovuli più donna disponibile a portare avanti la gravidanza (maternità surrogata) nel caso di una coppia gay. Per ovvie ragioni di realtà ai bambini così concepiti non viene nascosta la verità; i figli che crescono con due uomini o con due donne sanno da sempre che da qualche parte ci sono uomini o donne che hanno contribuito alla loro venuta al mondo, ma, generalmente, non fanno parte della loro vita.

Non possiamo però ritenere certo che l’avere informazioni compensi totalmente la sete di conoscenza delle proprie origini. Le testimonianze dei figli dell’eterologa riportano che quello di cui vanno in cerca non è DNA, ma un volto e la risposta a domande come: Chi è? Perché lo ha fatto? Ha generato altri figli? Pensa mai ai figli che ha generato? Anche molti bambini adottati, che hanno alle spalle una storia (per quanto dolorosa), non un donatore,  e cresciuti in famiglie affettuose e capaci, riportano una vita dominata dalla domanda sulla propria origine e i genitori adottivi sanno da sempre di dover fare i conti con questa domanda.

Nonostante queste evidenze di realtà, il dibattito sulla filiazione delle coppie omosessuali non affronta in modo specifico il problema della fecondazione in vitro e della conoscenza delle origini e assume spesso una valenza emotiva e ideologica, mentre sarebbe necessario far emergere interrogativi che aiutino la riflessione. In un articolo pubblicato su Critica Scientifica il 25 maggio 2016 Andrea Pinato riporta un’analisi della lista degli studi sulla filiazione delle coppie dello stesso sesso consegnata ai senatori nel febbraio 2016 in vista della discussione sulle unioni civili  e, prendendo in considerazione quelli riguardanti il benessere dei figli, nota come nessuno studio presentato abbia come “focus principale se e come la negazione delle proprie origini, il prender coscienza di come sono stati concepiti, la mancanza di una figura genitoriale maschile o femminile abbia loro causato un disagio”.

È noto ormai che diversi enti scientifici internazionali hanno assunto una posizione favorevole rispetto alla cosiddetta omogenitorialità, l’ente più autorevole è  l’APA (American Psychological Association)che ha assunto una posizione netta sulle “no differences” tra figli di coppie omosessuali e figli di coppie di sesso complementare.

Nel 2012 Loren Marks  su Social Science Research ha presentato una analisi di 59 studi citati dall’APA a sostegno della sua posizione e ha rilevato i limiti metodologici delle ricerche che mancano di campionamento omogeneo, i campioni sono piccoli e di comodo (presi da militanti di associazioni omosessuali), mancano ricerche longitudinali, riguardano figli piccoli, prima che si ponga il problema identitario, i genitori e non i figli rispondono alle domande.

Mark Regnerus nel 2012 su Social Science Research presenta il più grande campione rappresentativo casuale dove parlano i figli cresciuti, figli di genitori che hanno avuto relazioni omosessuali e rileva un notevole svantaggio per i minori cresciuti con genitori che hanno avuto relazioni omosessuali. Il limite dello studio è che riguarda genitori che hanno avuto relazioni omosessuali, non coppie stabili omosessuali che hanno cresciuto bambini. Ma per l’autore e altri la dissoluzione delle coppie omosessuali è frequente e un neonato affidato ad una di queste coppie ha una probabilità inferiore all’1% di crescere fino ai 18 anni con la stessa coppia.

Donald Paul Sullins nel 2015 su British Journal of Education, Society and Behavioural Science, partendo dal campione del National Health Interview Survey (un dataset che con circa 100.000 interviste l’anno su un campione rappresentativo è una delle principali fonti sulla salute degli americani) ha analizzato 512 figli di coppie dello stesso sesso. La probabilità di problemi psicologici in bambini che vivono con genitori omosessuali è risultata due- tre volte maggiore. Il legame biologico tra minore  e adulti risulta l’elemento preponderante nella spiegazione delle differenze. I figli con genitori dello stesso sesso risultano avere più problemi dei figli dei genitori eterosessuali sposati, ma anche di quelli adottivi, conviventi e single rilevando che la struttura familiare ha una valenza nella misura in cui riflette i legami biologici. Emerge quindi dallo studio che la famiglia biologica integra è legata ad una migliore condizione dei figli.

Altri studi hanno messo in evidenza l’importanza dei legami biologici e della complementarietà dei ruoli materno e paterno per un sano sviluppo, tra gli altri:   i ricercatori del “McGill University Health Centre” hanno pubblicato sulla rivista “Cerebral Cortex” (2013) uno studio che rileva come l’assenza dei padri sia correlata alla messa in atto di comportamenti devianti riscontrati in età adulta. Gli autori suggeriscono che entrambi i genitori sono fondamentali per la salute mentale dei bambini; la rivista “Early Children Develop­ment and Care” (2013) ha dedicato sette articoli alla figura del padre e al suo contributo allo sviluppo mentale del bambino. Emerge che padre e madre sono ugualmente importanti per il figlio ed insostituibili poiché ognuno ha un suo ruolo indispensabile per l’equilibrio  del bambino;  uno studio pubblicato su Child Development (2012)ha mostrato la fondamentale importanza della figura paterna nello sviluppo dell’adolescente,  il tempo trascorso con il padre  è direttamente proporzionale ad una maggiore autostima del figlio e a migliori abilità sociali;  Daniel Potter dell’American Institutes for Research ha pubblicato sul Journal of Marriage and Family (2012) uno studio sui bambini cresciuti all’interno di relazioni dello stesso sesso, paragonandoli a quelli cresciuti con genitori di sesso opposto, «i bambini cresciuti in famiglie con i due genitori biologici sposati tendono a fare meglio dei loro coetanei cresciuti in famiglie non tradizionali»;  su Hormones and Behavior (2012)  lo studio di Ruth Feldman,  ha confermato il beneficio della complementarità di una famiglia intatta, formata da una madre e da un padre, situazione ottimale per un sano sviluppo del bambino. Lo studio  fa notare la differenza dei ruoli delle madri e dei padri, l’importanza di queste differenze per lo sviluppo umano, suggerendo che i sistemi umani dell’ossitocina possono spiegare le diverse e complementari funzioni materne e paterne;  uno studio realizzato dal Melbourne Institute of Applied Economic and Social Research presso l’Università di Melbourne (2011) ha messo in evidenza come la presenza della figura paterna diminuisca la messa in atto dei comportamenti delinquenziali soprattutto nei figli maschi e in misura maggiore in presenza del padre biologico; sul Journal of Family Issuses, lo studio di M. D. Regnerus e L B. Luchies (2006), basandosi su 2000 adolescenti ha notato che la relazione padre-figlia, più che quella madre-figlia, è risultata essere un fattore fondamentale durante la transizione dell’adolescente alla fase della attività sessuale;  i sociologi K. Anderson Moore, S. M. Jekielek e C. Emig, (2002) attraverso il loro studio, hanno dimostrato che esiste un ampio corpus di ricerche che indicano come i bambini si sviluppano meglio quando crescono con entrambi i genitori biologici, all’interno di un matrimonio.  Sul Journal of Marriage and Family, lo studio di P. R. Amato & F. Rivera  (1999) ha verificato che i padri riescono a offrire un  contributo unico per il comportamento dei propri figli. L’influenza positiva della presenza della madre e del padre è stata confermata ed è risultata indipendentemente e significativamente associata ai problemi di comportamento dei bambini.

Il dibattito pubblico sulla filiazione delle coppie omosessuali e in generale sulla fecondazione in vitro e la maternità surrogata sembra passare in secondo piano il legame fondamentale che si crea tra il bambino, la madre biologica e il padre biologico fin dal concepimento e lungo tutta la gravidanza. Nel caso di ricorso all’utero in affitto la maternità viene negata e frammentata, ci sarà una donatrice di ovuli che trasmette il proprio DNA al concepito e una donna che porta avanti la gravidanza su commissione da cui il bambino sarà separato subito dopo la nascita. Anna Shaub  psicoterapeuta specializzata nell’analisi e nel trattamento delle memorie prenatali e psico-genealogiche, dei traumi della nascita e della prima infanzia, fa notare come “L’esistenza del bambino quale “essere relazionale” inizia dal concepimento! Le neuroscienze c’insegnano che l’amigdala, una piccola ghiandola a forma di mandorla situata nel cervello “affettivo” costituisce una sorta di “mappa della memoria emozionale” che registra gli impatti e gli ambienti affettivi sperimentati durante la gravidanza, e parimenti nelle circostanze perinatali. “L’amigdala non dimentica!”” Se un adulto potrebbe anche decidere di non attaccarsi emotivamente al bambino, ciò sarebbe impossibile per il bambino, per lui è una questione di sopravvivenza.  Il neonatologo Carlo Bellieni sottolinea l’importanza della interazione madre-embrione.  Il feto vive in un mezzo multisensoriale, impara a conoscere la madre attraverso i cibi che mangia, il suono della voce, gli ormoni che produce. Questa conoscenza rassicurante ha lo scopo di saper riconoscere poi la madre e saperla distinguere da tutte le altre.

Questi dati mettono in discussione la diffusa convinzione che la madre portatrice non abbia alcun legame biologico con il bambino.

L’epigenetica studia il modo in cui l’ambiente influenza l’espressione del DNA modificando il fenotipo senza intaccare il genotipo.  Il dott. Francesco Bottaccioli sulla Rivista dell’Ordine degli Psicologi dell’Umbria (2015) fa notare come un comportamento materno o una condizione stressante possono segnare epigeneticamente aree cerebrali fondamentali come l’amigdala, l’ippocampo, l’ipotalamo e le cortecce prefrontali con conseguenze stabili nello sviluppo e trasmissibili ai figli. C’è una relazione indubitabile tra cervello, psiche e mente. Le modificazioni che intervengono su un livello possono far emergere realtà le cui caratteristiche non sono contenute nel livello da cui sono emerse, è il principio della complessità (il livello immateriale può incidere sul livello biologico, materiale e viceversa).

Nel maggio 2015 a Bruxelles si è svolto l’ Expo “Opzioni genitoriali per uomini gay europei” per conto della organizzazione Man Having Babies. Una grande conferenza dedicata agli uomini gay che vogliono avere bambini dove agenzie specializzate in utero in affitto promettono bambini perfetti e donne portatrici testimoniano che l’utero in affitto etico è una realtà. C’era anche Stephanie Raeymaekers per fare presente che lì non c’era spazio per i bambini come persone, nessun bambino nato tramite utero in affitto era presente per testimoniare.

Non basta documentare che i bambini possono ricevere cure competenti anche in situazioni diverse da quella della famiglia biologica per legittimare questo modo di generare. L’orientamento sessuale in sé, da solo, non può né garantire né mettere in discussione la capacità di dare cure o di instaurare una buona relazione con il bambino; l’interrogativo fondamentale su cui dobbiamo avere il coraggio di porre l’attenzione è: come e a quale prezzo si può strutturare una identità portatrice di un vuoto di senso sulla propria origine? (Eugenia Scabini, psicologa dei legami familiari).

Portare la ricerca e il dibattito pubblico su questo livello di analisi consentirebbe di superare rigide contrapposizioni ideologiche e mettere al centro dell’interesse la persona più importante che è il bambino concepito. La questione della fecondazione in vitro permessa dalle moderne tecniche scientifiche e delle conseguenze psicologiche su bambini e adulti, riguarda le coppie dello stesso sesso, le coppie di sesso diverso che non possono concepire o portare avanti una gravidanza, le persone single.

Se accettiamo la donazione dei gameti come pratica buona per concepire figli nei casi di sterilità o impossibilità, dobbiamo mettere in conto il diritto dei concepiti di conoscere le loro origini, altrimenti guardiamo il problema solo dal punto di vista del desiderio degli adulti di avere un figlio.

Le domande fondamentali dell’essere umano e a cui ogni essere umano ha diritto di poter rispondere sono:

Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?

 

Belinda Bruni

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