Fiction e il “suggerimento” mentale (Parte II)

Qui la Prima Parte

Parlando di tempismo, “Che Dio ci aiuti 4” arriva quasi alla chiaroveggenza: nella puntata del 5 marzo una ragazza si trova a subire il ricatto di una malata sofferente che vuole assolutamente essere uccisa (mi rifiuto di scrivere “aiutata a morire” come hanno fatto diversi siti web che mostrano di aver già digerito la neolingua). Dal letto d’ospedale il suo lamento arriva flebile ma ben scandito: “Se potessi farei da sola, ma purtroppo non posso andare in Svizzera!”. Avendo la fiction per protagonista una suora per lo meno non si dà seguito alla richiesta, ma il messaggio è stato lanciato, lo spettatore ha visto la sofferenza, e anche qui si ripropone il concetto ermetico che si ritrova nei dibattiti su eutanasia e suicidio assistito: “Dolore! Dolore! Ma il dolore? E al dolore non ci pensa nessuno?”. Come sia potuto succedere che una puntata sicuramente girata e messa in programmazione mesi prima sia arrivata a fagiolo pochi giorni dopo la vicenda mediatica attinente e pochi giorni prima della discussione sul testamento biologico, resta un mistero.

E veniamo all’onnipresente omofobia. Magari capiremo finalmente cosa vuol dire, dato che è una parola che non esiste nella nostra lingua, almeno non con “quel” significato. Forse che ai gay viene impedito di accedere a un concorso pubblico, o di salire su un autobus, o si vede un negozio con cartello “qui non si vende ai gay”? Niente di tutto ciò. L’omofobo è l’uomo che si rifiuta di comprare un porno gay, il ragazzino che rifiuta un servizietto a un poliziotto messicano a scopo corruzione, la moglie che si fa prendere da una crisi isterica quando scopre che il marito ha una relazione con un uomo, e in “Provaci ancora prof” c’è un caso di aggressione per motivo non specificato.

Come dire, è un attimo passare dall’esprimere perplessità ad ammazzare qualcuno di botte, sempre di omofobia si tratta. In realtà “omofobia” non significa altro che “paura di scoprirsi omosessuali”. Cosa c’entri con la violenza, non si sa.

Nella fiction “E’ arrivata la felicità” troviamo appunto due aspiranti mamme (dello stesso bambino), una delle quali è rimasta incinta in Spagna, ci lasciano intendere tra una passeggiata sul lungomare, una paella e un litro di sangria, così. Non una parola sulle spese esose, sul dolore della pratica, sulla possibilità di fallimento e delusione.

Le due sono l’unica coppia equilibrata e matura di tutta la serie, costruita su una nauseante giostra di lascia-e-piglia consumata dai protagonisti fra legittimi consorti, ex, amanti, giri da un fratello all’altro, da un’amica all’altra, fratellastri-amanti. L’unico intoppo nella storia d’Amore che ha fruttato alla serie il Diversity Media Award è la società bigotta e omofoba, che si permette di rimanere perplessa davanti a una donna incinta che presenta l’amica come “l’altra mamma del bambino”, pensando che il bambino la sua mamma ce l’ha, che se ne fa di una seconda?

Esilarante la scena del parto, quando l’ostetrica impedisce alla “seconda mamma” di entrare per assistere e la partoriente stringe le gambe per non partorire finché non la fanno entrare. A parte il paradosso ostetrico, una piccola licenza poetica, perché se le discriminazioni non ci sono che problema c’è, ce le inventiamo! Non mi risulta che sia impedito a una partoriente di portare un’amica in sala parto. Alla fine la nonna della creatura, che all’inizio si era opposta, pronuncia parole che vorrebbero essere profetiche “Ho combattuto una battaglia che potevo solo perdere”.  Siete tutti avvisati!

Una bella freccia all’arco di chi strumentalizza una categoria di persone tenendola prigioniera in un ghetto fatto di vittimismo e odio inventato, come una specie protetta, messa in guardia da tutto e da tutti ma soprattutto dal buon senso. Non è un caso che per introdurre il tema della c.d. “omogenitorialità” si presenti una coppia di donne, dove il bambino viene portato in grembo, allattato e cresciuto dalla propria madre, con la quale manterrà un legame speciale indipendentemente da quanto gli si possa raccontare. Per la compravendita di esseri umani non siamo ancora pronti, ma la aspetto da una fiction all’altra.

La funzione della TV è propagare modelli e influenzare il pubblico, chi lo nega semplicemente non ne è consapevole. Oggi i modelli “perfetti” come la perniciosa famiglia del Mulino Bianco non vanno più, quindi la televisione si adegua, proponendoci obiettivi più terra-terra con cui possiamo identificarci senza scatenare i temuti complessi di inferiorità.

I buoni pastori laici ci dicono che dobbiamo essere fieri dei nostri difetti e delle nostre debolezze, simboli di umanità, che nessuno è perfetto e guai a volerlo essere, che non dobbiamo provarci nemmeno, tanto in fondo chi se ne importa, l’importante è “essere felici”, cioè e a dire non fare fatica. Per tacer dei sacrifici, retaggi di un’epoca buia in cui Qualcuno ci diceva, sebbene per mezzo di uomini tutt’altro che perfetti, che nessuno è chiamato alla mediocrità e ci spingeva a superarci, a fare sempre meglio, ad aspirare al massimo, con la piena fiducia che possiamo farcela, e anche se non raggiungiamo la santità, almeno abbiamo messo buona volontà per fare di noi, della nostra vita e della nostra famiglia il meglio possibile. D’altra parte non c’è più nessun premio da raggiungere, quindi tanto vale arraffare tutto quello che si può arraffare.

Mi si ribatterà che la TV è puro intrattenimento e che siamo tutti troppo intelligenti per lasciarci influenzare. Aggiungiamo pure che sono maliziosa, paranoica e complottista. Già. A proposito di fiction, avete scaricato la app per guardarle? E inserendo i dati per la registrazione alla casella “sesso” cosa avete selezionato, “maschio”, “femmina” o “altro”?

 

Federica Sparpaglia