Fiction e il “suggerimento” mentale (Parte I)

Le brillanti produzioni Rai Fiction, un momento di svago dopo una giornata estenuante. Premere l’interruttore della TV equivale per qualcuno ad accendere un mondo di emozioni romantiche, per altri a spegnere il cervello, in tutti i casi una piccola fuga dalla realtà quotidiana. (C’è poi una terza categoria che tiene in una mano il telecomando e nell’altra il cellulare per lasciarsi andare a commenti al vetriolo con l’amica lontana, ma non è mia intenzione infangare il lavoro altrui, soprattutto se non sono in grado di fare di meglio.) Tuttavia, tra un batticuore e una lacrimuccia, le fiction non mancano mai di istruirci sulle ultime tendenze del politically correct, confermando il ruolo educativo del mezzo televisivo e sfruttando una situazione in cui, rilassati, abbassiamo la guardia e diventiamo più vulnerabili ai messaggi veicolati.

Con incredibile tempismo, dopo le abbondanti piogge dei dibattiti mediatici, i temi più in voga spuntano come funghetti perfettamente mimetizzati con il paesaggio.

La fiction più longeva (in virtù dei magheggi operati per far riprodurre situazioni sempre uguali a personaggi sempre nuovi), “Un medico in famiglia”, concede dopo oltre 10 stagioni il tanto sospirato secondo bagno ai Martini, variopinto nucleo “familiare” il cui equipaggio oscilla tra 5 e 15 componenti, mettendo ai voti la decisione. Come se potesse esserci qualcuno contrario! E lo fa proprio qualche settimana prima di un altro noto referendum, sicché la voce squillante di nonna Enrica possa annunciare: “Ha vinto il SI’!”. Nel mondo reale le cose sono andate come sappiano, ma siamo felici che i Martini abbiano un secondo bagno.

Veniamo al matrimonio, agognato traguardo che muove la storia d’amore per tutta una stagione, salvo poi perdere inevitabilmente attrattiva all’inizio di quella successiva, quando il grande amore tra i novelli sposi si scioglie come neve al sole al primo litigio o all’arrivo della collega formosa. Non sarebbe grave se si trattasse solo di esigenze di copione, e invece la narrazione fornisce il pretesto per aggiornare lo spettatore sui tempi che cambiano. Vediamo quindi un ragazzo di 15 anni, “inspiegabilmente” difficile, che quando osa mostrarsi contrariato per il secondo divorzio del padre nel giro di una decina di puntate (il primo gli è costato l’abbandono della madre che vive oltreoceano infischiandosene bellamente del figlio) si sente zittire dai cugini, ormai avvezzi alla situazione, la cui madre si è parimenti volatilizzata, che lo esortano seccati a non fare tragedie, “ci siamo passati tutti, si sa che i sentimenti cambiano”. Impara, spettatore: siamo barchette di carta nella tempesta dei sentimenti, nulla possiamo contro i loro capricci. Povero Tommy, cornuto e mazziato.

 

E se tutto ciò non fosse sufficiente a celebrare la bontà del divorzio, c’è una fiction completamente dedicata, “Questo nostro amore”, dove in una suggestiva atmosfera vintage, fra dolcevita odorosi di naftalina ed eleganti fili di perle, si snoda la storia di una famiglia-a-tutti-gli-effetti a cui, per potersi definire tale, manca solo il divorzio del “marito” dalla prima moglie. Si approfitta dell’occasione per offrire al pubblico un efficace memento di tutte le lotte buone e giuste portate avanti in quegli anni, da quelle operaie alla rivoluzione sessuale, rappresentata da una moglie rigorosamente siciliana, che illuminata dai preziosi scritti di Simon de Beauvoir, si ribella al marito padrone che pretendeva addirittura di trovare un piatto caldo dopo essersi spaccato la schiena in fabbrica per tutto il giorno. Un vero peccato darsi la zappa sui piedi mostrando cosa si sia rivelato il divorzio 50 anni dopo, a riprova del fatto che il caso limite con cui si vuole fare leva sulle coscienze resta appunto un caso limite, ma spiana la strada a ogni sorta di abusi e leggerezze.

Particolarmente inquietante nelle fiction è la tendenza della moglie e madre ad abbandonare marito e prole per seguire sfolgoranti carriere o amanti muscolosi fino in capo al mondo, per riapparire poi con una certa prepotenza al solo scopo di mettere i bastoni fra le ruote al padre che ha trovato finalmente l’amore e allungare le grinfie su quelli che sì, sarebbero i figli, ma che di lei hanno fatto tranquillamente a meno e ormai si sono affezionati alla ben più dolce e amorevole amante, padron, “nuova compagna del padre”.

Chissà se questo spiega perché in varie fiction, non solo italiane, si narri frequentemente la storia del pinguino maschio che coverebbe le uova, nozione totalmente priva di interesse ma che non manca mai di allietarci.

Al padre “biologico” non va meglio: allontanato con scuse che spaziano dal lavoro su Marte alla morte presunta, quando si ripresenta è costretto ad adescare il figlio con caramelle all’uscita dell’asilo e fa sempre la parte del guastafeste che minaccia la solidissima relazione istaurata dal bambino nel giro di 3 puntate con perfetti sconosciuti. I genitori putativi sono affidabili e affettuosi per definizione mentre i padri, sorvegliati specialissimi, devono sudare sette camicie per dimostrare di meritarsi di essere il padre dei loro stessi figli. Questo quando non vengono scacciati perché la madre “ormai è innamorata di un altro”. La parola “famiglia” rimbomba solo quando i bambini sono figli solo di uno o addirittura di nessuno dei due, a ricordarci che la biologia sbaglia, chiunque può “fare” il genitore di chiunque, basta -yawn!- l’amore.

Ci sono poi dialoghi buttati lì talmente en passant che si configura quasi il messaggio subliminale. Ad esempio, mentre il commissario Montalbano si appresta a pranzare alla nota trattoria, passa molto casualmente davanti a un televisore casualmente accesso dove casualmente un politico, che anche con scarsa fantasia si può identificare come di destra, moralista, senza dubbio cattolico e diciamolo, anche un po’ ipocrita, spiega le ragioni contrarie alle unioni civili. La risposta arriva da un personaggio che il pubblico ha imparato ad amare, il coraggioso giornalista amico del commissario e sempre in prima linea contro le ingiustizie, che inizia una frase che non è necessario concludere, perché si interrompe alla parola “…diritti”. E il commissario passa oltre e si siede a tavola. Ci sono parole ermetiche che pare racchiudano tutta una serie di argomentazioni, contro le quali non vale ribattere. “DIRITTI”, e la discussione si chiude, senza neanche specificare a cosa si dovrebbe avere diritto, o se questo diritto magari esista già o se non sia reso impossibile da cause di forza maggiore.

 

Segue II Parte

 

Federica Sparpagli

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