fiabe antiche e moderne

 La bellissima fiaba de I vestiti nuovi dell’imperatore è assolutamente perfetta per spiegare il fenomeno.

Il conformismo è una tale potenza che per conformaci al giudizio degli altri abbiamo storpiato i piedi delle nostre bambine, straziato i loro genitali.

L’impero romano è morto per motivi cosmetologici. Il conformismo allora, l’affermazione che i vestiti dell’imperatore esistevano ed erano magnifici,  consistevano nel fatto che la pelle delle donne fosse bianca e le labbra rosso carminio. Le donne che non avevano questi colori si sarebbero sentite inferiori, quanto gli uomini a cui si  accompagnavano. Il bianco e il rosso erano ottenuti con composti a base di piombo e mercurio. Il risultato era un’intossicazione di metalli pesanti che uccideva le donne prima dei quarant’anni e che ha lasciato tracce indubbie nei loro scheletri e nei denti dei loro figli. Il primo sintomo dell’intossicazione da metalli pesanti è il precoce invecchiamento della pelle, che diventa grigiastra e rugosa, impresentabile, assolutamente da nascondere sotto altri strati di veleno. Il secondo sintomo è l’infertilità. Rimasto privo di figli propri Roma ha appaltato il proprio esercito ai Barbari, che l’ hanno distrutta.  La morte per intossicazione da metalli pesanti avveniva verso i trentacinque, quarant’anni. E’ una morte atroce.

La straordinaria forza del conformismo è stata studiata dall’esperimento compiuto dallo psicologo sperimentale Stanley Milgram.

Quando il Mossad arrestò Aichman in Argentina, si cominciò il processo, l’orrore di quello che era successo ritornò su tutte le testate insieme alla domanda su come fosse stato possibile.

Per rispondere alla domanda il dottor Milgram organizzò un  enorme esperimento: arruolò un grandissimo numero di persone per studiare gli effetti del dolore sulla memorizzazione. Dette una piccola paga: dieci dollari al giorno e divise la gente in due gruppi.

 Il gruppo A avrebbe cercato di memorizzare sequenze di parole che avrebbe ripetuto al gruppo B per fargli sapere quanto erano bravi a memorizzare. A ogni sbaglio il gruppo B avrebbe somministrato uno scossa elettrica che a ogni sbaglio sarebbe diventata più forte, fino al livello di 300 volt che è potenzialmente mortale.

In realtà le scosse elettriche erano false. Quelli del gruppo A che urlavano e  si contorcevano per il dolore erano attori. L’esperimento non era sulla memorizzazione, ma sul conformismo e sull’obbedienza. Può un essere umano qualsiasi, su istigazione di un tizio in camice bianco non meglio identificato, somministrare una scossa elettrica potenzialmente mortale a un suo simile che non ha fatto niente di male a nessuno salvo sbagliare una sequenza di parole di cui non importa niente a nessuno?

La risposta è sì, fino al 65 % della popolazione lo fa. Dopo un po’, quando l’attore si contorce sotto inesistenti scariche che, se fossero vere, sarebbero pericolose o potenzialmente mortali, per resistere al senso di colpa scatta un micidiale meccanismo che si chiama criminalizzazione della vittima:

« Non sono io che sono una carogna, è lui che non memorizza queste dannate parole. »

La criminalizzazione della vittima è un fenomeno atroce che tende a proteggere l’aggressore dai sensi di colpa.  Più sono gravi le colpe, maggiore è l’odio per la vittima. A questo punto scatta l’ancestrale piacere di sentirsi forti e potenti osservando il dolore che un altro deve subire. Era il piacere che provavano gli spettatori del Colosseo, delle pubbliche e creative esecuzioni, il piacere per la morte lenta e lunga, tanto lenta e tanto lunga dei guerrieri di Gengis Khan e di Geronimo e degli Atzechi, perché leviamoci dalla testa il razzismo al contrario che gli unici cattivi siano gli europei. La feroce storia degli altri non la conosciamo, tutti qui. Gli irochesi, indiani canadesi, i nemici li consumavano cotti, ma vivi. La cerimonia dava potenza a tutta la tribù. Il piacere di bruciare vivo un barbone.

La criminalizzazione e la derisione della vittima compare puntualmente nei genocidi, nei processi dell’inquisizione, nelle farneticazioni dei mariti alcolizzati che pestano le mogli e in quelle dei genitori che massacrano di botte i figli, e nelle linee per migliorare l’umanità di Torquemada,  Hitler,  Lenin, Stalin Mao tze tung e Pol Pot  e del comandante Che Guevara che ha rinchiuso e ucciso migliaia di omosessuali in lager chiamati tostadores ( tostapane) sui cui cancelli c’era la scritta “Il lavoro rende uomini”.

Nell’esperimento di Milgram, alcuni hanno rifiutato di partecipare: erano persone con sistemi morali forti, anche un po’ rigidi per la verità, l’eccesso di flessibilità non è sempre un pregio. E poi ci sono quelli che si sono fermati dopo le prime scosse, dopo la prima in genere. I pochi che si sono fermati, lo hanno fatto dopo la prima scossa, quando ancora il dolore inflitto non è stato troppo grave la criminalizzazione della vittima non era ancora scattata. Ma da chi era costituito questo plotone di resistenti?  Chi è l’eroe? L’eroe è l’ultimo della classe, quello che tutti sfottono, quello che ha perso il lavoro, che è stato scartato dalla squadra di base-ball o che è stato espulso dal college. Quello che è talmente abituato alla disapprovazione e al disprezzo, che è disposto a subirli ancora pur di non far male a un proprio simile.

La disapprovazione del gruppo a cui apparteniamo ci causa un crollo della serotonina e conseguente depressione post traumatica. Per quelli che non ci sono abituati è insopportabile. Chi è abituato al successo e all’approvazione diventa dipendente ed è più disposto a vendersi l’anima al diavolo per non rinunciarci mai.

 

E qui non possiamo non menzionare una fiaba contemporanea a geniale: Dumbo. Sono le nostre sconfitte, i nostri difetti, le nostre malattie che ci rendono forti e in grado di resistere. Le ridicole ali di Dumbo, quella assurde appendici in cui inciampa, sono in realtà le sue ali.

Dumbo è l’idea della diversità come risorsa, come opportunità di crescita.

La scimmietta senza coda ha solo due possibilità: o muore o diventa uomo. 

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