Fake news sull’origine della vita: l’entusiasmo ideologico

 

Ancora sulle ‘fake news’ spaziali: la scoperta dei sette esopianeti ha acceso entusiasmi che possono essere giustificati solo dall’ignoranza o dalla ricerca del sensazionalismo.

Ecco cosa c’è veramente da sapere sull’origine della vita.

Sui motivo poco scientifici e molto economici dell’eccessiva grancassa mediatica sollevata riguardo alla scoperta dei sette esopianeti annunciata dalla NASA ci siamo soffermati su CS il 23 febbraio scorso in “Le ‘fake’ di secondo tipo: “Venghino siori venghino, pianeti Terra per tutti i gusti!”“, sul perché la scoperta in sé non avrebbe dovuto suscitare tale risonanza ha scritto in modo chiaro ed esauriente Marco Respinti sulla Bussola Quotidiana in “C’è vita nell’universo? Troppo presto per dirlo“, completiamo adesso l’argomento mostrando quale sia lo stato reale delle conoscenze sull’origine della vita e perché fare determinate illazioni possa frutto di ignoranza o di un desiderio di affermare ipotesi motivate da visioni personali, ideologiche o comunque non derivate da calcoli scientifici. Al riguardo riporto un mio articolo pubblicato anche su ProVita del gennaio 2017 “L’origine della vita: un affascinante mistero per la scienza, uno scandalo per lo scientismo“.


Secondo le ricostruzioni più accreditate il pianeta Terra si sarebbe formato circa 4,5 miliardi di anni fa mentre la superficie si sarebbe raffreddata e solidificata solo 500 milioni di anni dopo, e cioè 4 milardi di anni fa. Le prime forme di vita testimoniate dai fossili sarebbero apparse in tempi molto rapidi per un fenomeno del genere e quantificati in circa 200 milioni di anni.

Da sempre la questione dell’origine della vita è stato uno degli interrogativi più importanti della ricerca scientifica, ma le cose si sono ulteriormente complicate da quando il matematico e astronomo dello Sri Lanka poi naturalizzato britannico Chandra Wickramasinghe, collaboratore del grande astronomo inglese Fred Hoyle, elaborò negli anni ’60 del secolo scorso il calcolo sulle probabilità della nascita per puro caso della vita sulla Terra trovando che esse rasentano l’impossibilità totale, da allora il mistero non ha minimamente accennato a dissolversi.

La probabilità calcolata da Wickramasinghe fu infatti di una su 10 elevato alla 40.000, un numero ‘mostruoso’ di cui possiamo appena intuire il significato affiancandolo alle probabilità di fare un difficilissimo sei al superenalotto e cioè una su 10 elevato alla 9 (arrotondando per eccesso).

La teoria fino a quel momento più accreditata era quella del cosiddetto “brodo primordiale” formulata nel 1924 dal biochimico russo Aleksandr  Oparin, secondo il quale la prima forma di vita si sarebbe sviluppata in una miscela di sostanze inorganiche presenti sulla Terra nel momento in cui iniziò il raffreddamento della sua superficie circa 4 miliardi di anni fa. Grandi entusiasmi seguirono l’esperimento condotto nel 1953 da Stanley Miller e dal suo docente, il premio Nobel Harold Hurey, i quali riprodussero le condizioni ipotizzate da Oparin riuscendo ad ottenere degli aminoacidi, i mattoni delle proteine, e quindi dei componenti fondamentali della vita. Ma si trattò di entusiasmi prematuri ed eccessivi, gli aminoacidi ottenuti furono infatti il primo e purtroppo unico passo che la sperimentazione sull’ipotesi di Oparin potè compiere, da allora sostanzialmente nulla è cambiato e l’esperimento di Miller rischia di passare da prova a favore della nascita della vita per puro caso ad essere una prova contro l’ipotesi della nascita della vita secondo la teoria del brodo primordiale di Oparin.

Di questo furono ben presto consapevoli proprio Fred Hoyle e il suo collaboratore Chandra Wickramasinghe che una volta elaborato il calcolo sulle probabilità della nascita per puro caso della vita sulla Terra compirono la scelta drastica di abbandonare del tutto tale idea ritenendola impossibile, proposero quindi a metà degli anni ’70 l’ipotesi della “panspermia” secondo la quale la vita sarebbe giunta sulla Terra dallo spazio già sotto forma compiuta di prime cellule vaganti negli spazi interstellari.

Tali forme di vita per svilupparsi con meccanismi casuali avrebbero dovuto avere a disposizione tempi lunghissimi, quasi infiniti, per tale motivo Hoyle era un sostenitore dell’idea che l’universo esistesse da un tempo infinito e che fosse stata solo la Terra ad essersi formata negli ultimi 4 miliardi di anni. La teoria di Fred Hoyle si scontrava però con quella dell’astronomo George Lemaitre, un prete belga che prevedeva un momento di inizio per l’universo che si sarebbe originato dall’esplosione di un punto immensamente denso denominato “atomo primordiale”. Ma la teoria dell’atomo primordiale veniva accusata di voler essere usata dal sacerdote astronomo Lemaitre come una giustificazione della creazione descritta nella Genesi e per questo fu derisa da Hoyle in una serie di trasmissioni alla BBC dove la definì come la teoria del “grande botto” che in lingua originale è appunto teoria del “Big bang”.

Ma poiché andò a finire che la teoria di Lemaitre venne infine dimostrata scientificamente da Wilson e Penzias proprio in quegli anni, nel 1964, ecco che il termine derisorio usato da Hoyle divenne per ironia della sorte il nome scientifico della nota teoria denominata appunto del “Big bang”, un botto che togliendo il tempo infinito necessario per la nascita della vita mandò in pezzi la teoria di Hoyle sulla panspermia.

Ma nel frattempo verso l’ipotesi della panspermia si era mosso anche Francis Crick, che individuò nel 1953 insieme a James Watson la struttura del DNA, scoperta che gli valse il premio Nobel. Mosso da considerazioni analoghe a quelle di Hoyle, Francis Crick propose agli inizi degli anni ’70 l’ipotesi della panspermia controllata, una teoria molto più ardita secondo la quale la nascita della vita sarebbe stata un evento talmente raro che la diffusione della vita stessa nello spazio non sarebbe stata un fenomeno spontaneo ma addirittura una scelta guidata volontariamente da una civiltà primordiale particolarmente evoluta tecnologicamente. Ma Crick finì col tornare possibilista sull’origine terrestre della vita nel 1993, forse rendendosi conto del fatto che in un universo nato da solamente 13,7 miliardi di anni (come affermato dalla teoria del Big bang) il tempo a disposizione per una civiltà extraterrestre non sarebbe stato poi così superiore a quello disponibile per la nascita della vita sulla terra.

Ma di fronte alla difficoltà di dare una spiegazione della nascita della vita in quello stretto lasso di tempo costituito dai 200 milioni di anni, ancora una volta una delle massime autorità nel campo, stavolta un esponente di alto livello dell’evoluzionismo darwiniano, ha ripescato l’ipotesi della panspermia guidata da una civiltà extraterrestre, il riferimento è al noto esponente del neodarwinismo Richard Dawkins che nel corso di un’intervista rilasciata nel 2008 affermò che se si osservano i dettagli della biologia molecolare si può trovare una “firma” di una qualche “sorta di disegnatore”, una intelligenza superiore che però dovrebbe essere sorta per via di un processo spiegabile scientificamente. Ancora una volta quindi la difficoltà di spiegare la nascita della vita ha condotto a speculazioni su un’ipotetica origine extraterrestre.

Al momento attuale l’origine della vita resta dunque un mistero lungi dall’essere spiegato, una sfida per la scienza ma un ostacolo inaccettabile per lo scientismo, quell’ideologia derivata dalla scienza che si basa sul fatto di avere una spiegazione per tutto. Per lo scientismo l’origine della vita è ancora in un mix di brodo primordiale ed eventi del tutto fortuiti, così come viene insegnato nelle scuole.

In realtà questa spiegazione non convince e spinge a fantasiose teorie che da oltre mezzo secolo tirano in ballo gli extraterrestri mentre la vera risposta scientifica sarebbe un semplice ed onesto: “ancora non lo so”.

Ma “non lo so” è l’unica affermazione che lo scientismo non può fare.

Enzo Pennetta

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