Fai il meglio che puoi con quello che hai

“Fai il meglio che puoi con quello che hai e ogni giorno che possiamo tirare il fiato e andarcene in giro per i nostri affari non ci dobbiamo lamentare, perché al mondo le cose potrebbero andare peggio e prima o poi peggio andranno.”
(cit. da Il cavaliere, la strega, la Morte e il diavolo)

Chi ha la forza per impedire le ingiustizie e non la usa, di quelle ingiustizie si rende responsabile.

L’assetto emozionale che funziona meglio di tutti è la gratitudine. Se siete credenti siate grati a Dio, altrimenti alla natura o all’universo. La gratitudine, che otteniamo concentrando l’attenzione su quello che abbiamo, è l’assetto di neurotrasmettitori che aumenta la nostra potenza. Siamo grati di qualche cosa, ora subito: io sto scrivendo, ho le dita, le mani, gli occhi, il computer. Voi state leggendo, avete anche voi queste quattro cose.
La gratitudine: dire grazie per ogni cosa ci aiuta a mantenere quello che c’è di positivo nella nostra vita e a aumentarlo.
Teniamo l’attenzione concentrata su quello che abbiamo, sulla bellezza di respirare, sulla bellezza di sentire il pavimento sotto ai piedi, sulla bellezza, al mattino, di svegliarci nei nostri letti e andare a lavarci i denti con l’acqua pulita, il dentifricio e lo spazzolino e diciamo grazie e questo ci darà, il paradiso non lo so, ma di sicuro ci darà il paradiso in terra.
Degli 86.400 secondi che abbiamo vissuto oggi, almeno uno lo abbiamo impiegato per dire grazie?
Fate la prova. Svegliatevi al mattino e dite grazie per ogni cosa, il pavimento sotto i piedi, i piedi, se li avete, altrimenti le protesi, lo spazzolino, il dentifricio, il caffè, grazie per la mia cucina, grazie per le scarpe, grazie per mio figlio, mio marito, mia moglie, il cane, grazie, grazie, grazie. Ringraziare per i suoceri: senza di loro i nostri figli non esisterebbero.

“per paura di morire, noi rinunciammo a vivere”,
“chi cammina sotto le ali della sofferenza o si perde o diventa magnifico”,
” le storie servono a dare coraggio. Sono l’unica magia degli Uomini per ritrovare la forza quando la perdono”,
“La vita deve nascere dall’amore tra un uomo e una donna. Un uomo deve concepire suo figlio nel ventre di una donna amata, dopo averla sedotta, affascinata, magari anche sposata davanti alla comunità. Se la sposa davanti a Dio il giuramento viene fatto a Lui, di fedeltà e protezione fino alla fine. Questa regola è la regola di Dio ed è talmente assoluta che nessuno può violarla salvo appunto Dio. Quindi l’omuncolo che fabbrica un figlio nel ventre di una donna che non ha sedotto, che non ha amato, che non conosce nemmeno, è in realtà un omuncolo che nel suo delirio si sta fingendo Dio”.

Vi aspettano prati infiniti sotto cieli sterminati. I prati si riempiranno di fiori al vostro arrivo. Delle stelle aumenterà lo splendore. La terra del latte e del miele è dall’altra parte del sole. Per arrivarci bisogna morire. La morte ha i colori dell’alba, il rumore delle onde e l’odore del sale. La morte è l’ultima compagna, quando la speranza è finita. È lei l’ultimo dono. Sia lode a Chi ha creato il mondo, per la sua pietà.

Hania – Il cavaliere di luce: “un cavaliere non colpisce mai un bambino”, perché sarebbe talmente grave, talmente ignobile, talmente atroce che ogni regola d’onore scomparirebbe per sempre dal mondo.

Senza coraggio, non è possibile ricerca della verità, cioè non è possibile libertà. E, senza libertà, non è possibile alcuna felicità.

Essere ottimisti vuol dire che, se c’è una possibilità, anche una su cento, di risolvere il problema, la troveremo e che sempre, qualsiasi cosa accada, avremo la forza di affrontarlo.
Essere ottimisti vuol dire sapere che potremo trovare vie per essere in equilibrio, anche se dovremo andare soli contro tutti. Anche se dovremo batterci. Ma ci batteremo senza odio, ricordando sempre che anche l’avversario è un fratello. Se sarà necessario morire per la nostra causa, lo faremo, ricordando che tanto, prima o poi, tutti siamo destinati ad andare nella luce, ricordando che, prima o poi, se la nostra causa è giusta, brillerà di luce sua.

“Non c’è possibilità di gioia senza coraggio. E poi, alla fine, è molto più divertente morire per qualche cosa che vivere per nulla e lasciarsi scorrere addosso la vita, come l’acqua su un sasso.”

“Se anche creperemo tutti, sarà stata una battagli magnifica e sarà valsa la pena di crepare”.

Hania, il cavaliere di luce. Io ti insegno a uccidere. La spada che porti può dare la morte, può dare dolore, può lasciare orfani dei figli, può rendere vedova una donna, può rendere sciancato un uomo sano. Ricordati, la spada è orribile e sacra, perché se non è sacra, allora l’unica possibilità è che sia orribile. Portare una lama è un onore, ma anche un peso. Ci sono regole, le Regole del Cavaliere, che mai, lo ripeto, mai possono essere violate. Un cavaliere non colpisce mai chi si è arreso. Un cavaliere non colpisce mai un disarmato. Un cavaliere non colpisce mai una donna. Certo, a meno che non sia una donna armata, come te, ma non credo che ce ne sia una seconda, in questo caso potresti fare un’eccezione, ma solo in questo caso. Non oso nemmeno pronunciare la frase “un cavaliere non colpisce mai un bambino”, perché sarebbe talmente grave, talmente ignobile, talmente atroce che ogni regola d’onore scomparirebbe per sempre dal mondo.

La città di Baar si alzava sui canali. Era nata su una miriade di piccole isole che interrompevano una palude di alta montagna. Acqua e terra, terra e acqua si alternavano rigogliose. Per occupare il minor quantitativo possibile della poca preziosissima terra, le case erano molto alte. Erano in legno, dipinte di azzurro e verde, con le inferriate dipinte di giallo, in tutta la città, senza eccezioni. Erano ricoperte di rampicanti, collegate da leggeri ponti di legno intarsiato. E la poca terra disponibile era interamente occupata da lavanda, rosmarino e alberi di limoni. Era una città azzurra, verde e gialla, piena di profumi e di voci. Sull’acqua dei canali nuotavano miriadi di oche, galleggiavano le ninfee e piccole barche venute dalla campagna, piene di cavoli, verze, cipolle e uova da vendere ai cittadini. Hania aveva gli occhi pieni di colore. L’acqua raddoppiava il bianco delle oche, la città e la luce. Ovunque volavano gabbiani e aironi.

Hania teneva la spada in pugno. Era bello, se non moriva quel giorno avrebbe fatto il guerriero. Un motivo in più per restare viva. Guardò la spada. Come era possibile? Quale era la magia? La spada era di sua madre. Era stata fabbricata su ordine di suo nonno e suo nonno era in un certo senso il Cavaliere di Luce. Molte delle avventure raccontate erano sue. Sull’elsa, nella spada, doveva essere rimasto qualcosa della sua forza. Era stata fabbricata dal padre di Dartred, uomo onesto e fedele e buono se somigliava a suo figlio e poi c’era stato anche un nano. Il nano. La potenza dei nani. C’era qualcosa in quella spada che Hania ignorava, perché anche suo padre non ne aveva mai saputo nulla, un segreto celato anche a lui, qualcosa che aveva il colore della rugiada dei boschi, del vento sulle colline. E poi c’era stato il sacrificio: Hania per un istante aveva pensato di sacrificarsi per sua madre, un’idea un po’ scema, certo, suo padre ci si sarebbe sbellicato, però quello evidentemente era un incantesimo. C’erano incantesimi anche fuori delle arti di suo padre. L’affetto, la rinuncia avevano un loro ancestrale potere. Hania si sentì forte. Si sentì fuori dalla sua tremenda solitudine. Da sempre aveva voluto incontrare suo padre per poter dire “noi”, invece che “io”. Il “noi” c’era, ma non con lui. Con Haxen, con il nonno cavaliere che aveva fabbricato quella spada.

“C’era qualcosa di sacro nella pioggia: la compassione del cielo per la terra.”

Silvana De Mari