Fa’afafine fa ancora discutere «Non lo faremo mai vedere a nostro figlio»

Giovanna e Pietro sono genitori ed educatori responsabili. Si preoccupano di quello che i figli subiscono a scuola. Da una scuola che riceve dall’alto finanziamenti e progetti decisi a tavolino da pericolose commissioni politiche che si arrogano il diritto di chiudere i rubinetti delle già poche risorse agli istituti che osano ribellarsi ai diktat e alla diffusione del pensiero unico.

Giovanna e Pietro si sono sciroppati, è proprio il caso di dirlo, uno spettacolo che non avrebbero mai visto, mai pagato, mai desiderato vedere. Ma lo hanno fatto per amore dei propri figli e per tutelarli, vantando e riappropriandosi il del diritto di primato educativo che a loro e solo a loro spetta.

La loro lettera contenente il legittimo parere critico, che ancora, forse per poco, è permesso esprimere in questo paese dove la libertà di pensiero subisce ogni giorno un giro di vite, inflitto dai gaystapo e lobby LGBT, è stato accolto dalla rubrica del corriere “la 27esima ora” e noi lo ripubblichiamo orgogliosi di poter sostenere genitori di questo stampo:

Fa’afafine fa ancora discutere

Abbiamo letto le polemiche intorno allo spettacolo teatrale – mi chiamo Alex e sono un dinosauro di Giuliano Scarpinato, proposto a scolaresche di molte regioni d’Italia e, avendo anche noi figli in età scolare, abbiamo pensato fosse utile assistere allo spettacolo per non giungere impreparati ad un eventuale proposta che la scuola dei nostri figli avesse potuto farci.

Certo fa specie assai che un genitore, per sentirsi tranquillo in merito ad una banale attività a teatro proposta dalla scuola, si veda costretto a visionare in anticipo il materiale, non potendosi fidare più dell’istituzione scolastica, e questo semplice fatto dovrebbe allarmare il ministero dell’istruzione, comunque ci siamo rassegnati a questi tempi bui, in cui uno pensa di mandare il figlio sui banchi ad imparare le tabelline e la grammatica e se lo vede ritornare con domande strane tipo “esiste il terzo sesso?”. Dunque, dopo aver assistito allo spettacolo, vorremmo dire la nostra su questa vicenda: sicuramente non ci sembra una piece adatta a dei bambini, tanto meno adolescenti; in realtà non si capisce a chi sia utile, se non a qualche adulto appassionato di teatro dell’irrealtà.

I contenuti sono molto espliciti, si parla di terzo sesso (che ricordo essere biologicamente inesistente), di genere fluido, di sentirsi maschio o femmina a giorni alterni, di innamoramento verso una persona dello stesso sesso, e al contempo di volontà di rifugiarsi altrove, forse lontano da tutto questo, per sentirsi accettato. L’idea veicolata è palesemente quella di sovvertire il dato di natura e buon senso a favore di un indifferentismo fluido, scelto con disinvoltura, in una cornice assurda, psichedelica e irrealistica. La tematica anti bullismo è completamente assente: la soluzione per risolvere il disagio identitario di Alex può oscillare solo tra una fuga in camera o l’azione assurda dei genitori di assecondare le sue follie addirittura imitandolo. Forse anche i genitori non sanno più se sono maschio o femmina? Che senso ha che essi stessi si presentino con gli abiti scambiati?

Lo spettacolo sembra suggerire che l’unica strada per l’inclusione sia l’imitazione dei comportamenti eccentrici, cosa evidentemente inapplicabile e nemmeno auspicabile. E a proposito di questi genitori, il ritratto fatto di essi è orribile: chiusi fuori dalla stanza di Alex, rappresentati come isterici che non capiscono, che vogliono solo imporre regole tratteggiate evidentemente come ingiuste, intenti a strillare dal buco della serratura.

«Non lo faremo mai vedere a nostro figlio»

Noi non siamo genitori così, credo proprio che nessuno lo sia a dire il vero. Le famiglie entrano nelle stanze dei figli, anche e soprattutto in quelle emotive; condividono, dialogano, guidano, accolgono, consigliano, secondo la propria coscienza di genitori responsabili, in nome di una fiducia costruita giorno per giorno. Non vorremmo mai che i nostri figli avessero di noi una tale immagine.

Crediamo proprio che questo spettacolo sia un goffo tentativo di intervenire sul complesso tema dell’affettività e della costruzione della propria identità sessuale veicolando messaggi profondamente in disaccordo con il dato di realtà, perfino dannosi alla crescita equilibrata dei bambini, sicuramente non utile né educativo: l’uomo non può avere la pretesa di autodefinirsi contro ogni evidenza biologica, pretendendo l’accettazione del proprio sé psicologico e volubile come verità automaticamente accettata e imposta al resto del mondo. Il modello di umanità che ne uscirebbe sarebbe disastroso. Come noi la pensano molte altre famiglie, qui non si tratta di giudicare un prodotto teatrale più o meno commovente, più o meno coinvolgente, ma di valutare se esso è o meno classificabile come educativo.

Il principio di prudenza dovrebbe spingere a dire no comunque, viste le polemiche già sorte e vista anche l’offerta vastissima presente nel panorama teatrale per bambini, straripante di classici inossidabili e bellissimi. Di questa roba modernista ideologica di Scarpinato non si sentiva davvero la necessità e mi auguro che le scuole valutino le loro proposte con più oculatezza per il futuro. Resta il dubbio amletico sul perché ci sia tanta ostinazione nell’andare avanti a spingere per uno spettacolo che evidentemente è estremamente problematico. Ma l’inclusione propagandata da Scarpinato funziona proprio così: l’obiettivo non è far accettare bensì imitare le follie di pochi. Per lui possiamo diventar tutti dinosauri, anzi, dobbiamo.

Giovanna e Pietro Tassinari

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