Eutanasia: la società occidentale contro la vita corre sul viale del tramonto

Il 9 febbraio è ricorso l’ottavo anniversario della morte di Eluana Englaro.
Quel giorno divenne lo spartiacque drammatico che segna il prima e il dopo tra l’amore per la vita e il desiderio di morte nella nostra Italia.
La società odierna si esalta, non sapendo fare altro, nell’inneggiare a ogni forma estrema di godimento, dello star bene con se stessi e con gli altri, dell’appagamento di qualsiasi capriccio che io e ciascuno abbia per la testa. Non c’è momento in cui non si esalti l’eterna giovinezza, il piacere sottile che offre il senso del limite, l’ebbrezza del superare il borderline delle esperienze, l’esaltazione entusiastica, orgiastica e persino bacchica di qualsivoglia strumento utile per godere.
E, per converso, non c’è attimo nel quale non si senta odore di putrefazione, di morte incombente nel reale e nell’irreale televisivo o web che sia. I messaggi a favore dell’uso di sostanze stupefacenti, che esaltano il godimento da sballo, in realtà racchiudono già il germe della morte prossima ventura. La pubblicità per le auto super veloci è l’invito a pigiare giù il piede sull’acceleratore fino in fondo e ha anch’essa in sé, statisticamente, il brivido di morte per chi le guiderà o per gli altri che le incroceranno lungo la strada.
Ogni cosa plasmata dall’uomo odierno è un mix di voglia di vita e di contemporaneo inseguimento della morte. Questo potrebbe racchiudere l’essenza stessa del modo di vivere di oggi. Una vita sempre sospesa tra le mie scelte e le mie contraddizioni, tra il voler vivere e il voler morire, percepiti, talvolta, in modo inconsapevole. L’odore di morte è sempre comunque presente. Anche quando il corpo vive aleggia intorno quel sapore dolciastro di fine vita; una specie di necrofilia sotterraneamente pervade la nostra società.

E. Fromm, il grande psicologo sociale e terapeuta, tra i caratteri sociali improduttivi, incapaci di generare vita poneva il necrofilo, da non confondere con la patologia sessuale freudiana. Nella società esistono diverse tipologie di caratteri che, a seconda dei periodi storici, possono prevalere. Con grande acume Fromm aveva previsto che accanto al carattere “mercantile”, che riduce tutto a oggetto di compravendita e a puro scambio di merce, si sarebbe affermata la caratteriologia sociale necrofila. Essa ha come sostrato l’orientamento mercantile, i tratti “cibernetici”, l’alienazione tecnologica. L’uomo cibernetico è “monocerebrale”, capisce e non sente, sviluppa l’intelligenza e non coltiva i sentimenti, non interagisce con le manifestazioni di vita. Il mondo appare uniformato, egli attenua o perde la capacità di simbolizzare, perché questa richiede il contatto con la vita, con i processi spontanei, con il “sentire” le strutture palpitanti. L’uomo si sente figlio di una madre-macchina della quale si percepisce quale suo ingranaggio funzionale.
“L’orientamento alla morte del carattere necrofilo è spesso inconscio. L’individuo non è consapevole e per questo motivo i lineamenti della caratteriologia sono più difficili da cogliere, non bastando alcuni tratti generici a definirla. Al fondo c’è un’attrazione per ciò che è morto, per quanto viene espulso dalla vita, per il catabolico, per i processi putrefattivi o per la malattia. I cattivi odori giocano un ruolo marcato, o perché sono ricercati e apertamente goduti, frequentando luoghi molto fetidi e occupandosi di escrementi, o perché si vogliono assolutamente cancellare, anche quando non ci sono.” Quest’ultima modalità è la formazione reattiva, il meccanismo di difesa spesso utilizzato da chi è orientato in senso necrofilo. “L’interesse per gli odori, riconosciuto o rimosso, si esprime sul volto del necrofilo, conferendogli il tratto caratteristico di “annusatore”, secondo la definizione di H. von Hentig. Ancora, il viso denuncia l’incapacità di ridere, se non artificiosamente. Spesso si ha l’impressione di un individuo dalla “faccia sporca”, con pelle arida, giallastra. Appaiono in lui frequentemente nelle fantasie e nei sogni immagini di corpi smembrati; animano ed eccitano i discorsi sulle malattie e sulla morte, su chi è morto di recente, di quale malattia; attrae il necrologio, il manifesto funerario; è occasione da non perdere un funerale, la partecipazione al quale sia appena socialmente opportuna.”.
Altro elemento significativo e distinguente è la visione di programmi in cui prevalgono la morte, lo smembramento di cadaveri, i delitti efferati, la ricerca del colpevole, così come seguire le serie televisive, in cui la morte è al centro con il cadavere sottoposto a minuziosi esami, in cui i processi psichici devianti, criminali, perversi sono i veri protagonisti. “Azioni sintomatiche minori sono lo spezzettare fiammiferi, fiori o altri oggetti minuti, lo stuzzicarsi ferite fino a non farle guarire. Più grave è provocarsi ferite, tagliuzzarsi o ledere cose belle, come dipinti, mobili, edifici. Il modo di vestire può rivelare una preferenza di colori scuri, nero o marrone. Il modo di conversare è pure caratteristico: quali che siano l’argomento, l’intelligenza e la cultura di chi parla, si può avvertire una freddezza, una pedanteria, una mancanza di vivacità che non riescono a stimolare, a destare interesse e danno un senso di noia. Il necrofilo è profondamente convinto che i problemi complessi, sfaccettati o le situazioni conflittuali si possano risolvere solo ricorrendo alla forza, alla violenza, a metodi rigidi e drastici, mai comprensivi, costruttivi, pazienti. Le persone dal carattere così orientato sono pericolose socialmente e politicamente. Razziste e piene di odio, chiedono o promuovono spargimenti di sangue, guerre, distruzioni. Vogliono esercitare quella forza che è “il potere di trasformare un uomo in cadavere”, come scriveva Simone Weil.” (R. Biancoli, E. Fromm, la psicanalisi, gli psicanalisti).
Il concetto di carattere necrofilo è talmente complesso da indurre E. Fromm a ipotizzare nell’individuo, affetto da tale patologia, la presenza di una madre fredda e repulsiva verso il figlio, e l’incapacità di quest’ultimo di attaccarsi a lei in modo caldo, affettuoso. L’individuo tende, pertanto, al distacco affettivo dalla madre reale e successivamente non si innamora di altre donne, essendo la madre un simbolo di ritorno, di rientro nella profondità da cui la vita nasce. La madre è la terra, la razza, il sangue, la casa e diventa, nello stesso momento, la tomba, l’unione finale nella morte.
Quella caratteriologia sociale è presente nell’individuo ma, oggi, è fatta propria dallo Stato. Lo Stato somministra la morte, accetta i comportamenti di morte, fomenta leggi pro morte. Il senso della morte pervade lo Stato che sceglie la morte e la antepone alla vita. Il primo necrofilo è, dunque, proprio lo Stato. Se la necrofilia è una patologia, lo Stato è patologico e la società che ne consegue è patologica. Quando la morte viene somministrata dallo Stato, esso viene meno al suo compito primario: garantire la vita degli esseri che sono i suoi membri costitutivi e senza i quali non potrebbe esistere.

Questa premessa mi sembra doverosa e appropriata per ricordare Eluana Englaro. La vogliamo ricordare con il solo nome: Eulana.
E’ stato un assassinio. E’ stata una condanna a morte. Qualcuno obietterà: è lo Stato che ha deciso e i medici sono stati meri esecutori. Ebbene cambio dicitura: è un assassinio di Stato. Se qualcuno può sentirsi meglio… Assicuro che è peggio. Assassinio di Stato significa assassinio operato da tutti, visto che lo Stato è ciascuno di noi. Ecco in quei drammatici momenti io, e penso tanti altri, ho fatto, abbiamo fatto obiezione di coscienza nei confronti dello Stato.
Ricordo con perfetta lucidità l’accanimento dei molti, troppi che cercavano ad ogni costo di giustificare l’omicidio, avventurandosi in opinioni, discorsi che avevano un solo comune denominatore: il diritto di ciascuno a scegliere di poter morire come e quando desidera in nome del diritto inalienabile a decidere di se stesso, perché io sono mio.
Quell’ “io sono mio”, “io sono mia” è stato sulla bocca dei manifestanti post sessantottini. Uno slogan fatto proprio dal movimento femminista, che di femminista aveva ben poco e che, in realtà, era un movimento contro gli uomini e, soprattutto, contro i padri. Per inciso quel movimento era stato creato grazie ai maschi che avevano inventato la pillola contraccettiva, quei maschi che avevano modernizzato gli strumenti pro aborto, quei maschi che erano stati i primi consulenti psicologici e psichiatrici pro donna. Il movimento femminista ha avuto proprio nei maschi il volano per le liberalizzazioni. Si sa la nostra memoria dei fatti storici è molto labile. E siamo abituati spesso, se non collima con le nostre idee a priori, a negarla. Continua quella mania diffusa per cui non conta la realtà ma ciò che noi abbiamo in testa e se la realtà non è d’accordo peggio per lei.

Ritornando all’ ”io sono mio”, “io sono mia”, il diritto soggettivo ha piegato la volontà dello Stato. Se nel secolo scorso, che abbiamo lasciato da poco alle spalle, lo Stato aveva sottomesso il cittadino con la visione di stato etico di hegeliana memoria, con l’uomo ridotto a strumento e lo Stato era divenuto il fine, se il marxismo aveva dichiarato l’inutilità del singolo a favore della categoria del collettivo per cui la lotta poteva e doveva essere solo di classe, in questo nostro tempo l’individuo ha preso il sopravvento. Il risultato del capovolgimento è: nessuno ha diritto di impedire l’esercizio della mia volontà, lo Stato deve tutelare la mia persona e non esistono limiti alla mia libertà. Il sapore di queste ultime affermazioni di principio ha un padre culturale: F. Nietzsche. L’esaltazione del singolo e della sua volontà di potenza contro ogni costrizione, che quando Nietzsche scriveva aveva il sapore dell’opposizione al sistema di potere del tempo, oggi è assunta dal sistema di dominio come mezzo di costrizione per chi la pensa diversamente. Questo clima culturale è il generatore del pensiero unico, che ha fatto delle battaglie dei principi libertari la gabbia per distruggere i diritti veri, il primo dei quali è quello alla vita.
Il diritto alla vita è antecedente lo Stato. Se non vi fosse il diritto a vivere non ci sarebbero le persone. L’unione delle persone a vario titolo genera lo Stato. Nello Stato etico hegeliano, che ha avuto come prolungamento nel corso della storia i regimi totalitari, lo Stato viene prima dei cittadini e i cittadini sono suoi sudditi. Lo Stato è il fine, i cittadini sono un semplice mezzo. Il diritto naturale viene annullato dal diritto positivo. Lo Stato ha su di ognuno potere di vita e di morte.

Il diritto alla vita precede qualsiasi altro diritto e non può essere disconosciuto. Quando lo Stato tutela la vita in fin dei conti garantisce se stesso e la sua sopravvivenza. Il diritto alla vita comporta che ogni essere ha il diritto conseguente: essere alimentato, essere nutrito, cosa che avviene in natura attraverso la madre.
Lo Stato che decide della vita e della morte dei propri sudditi è uno Stato autoritario: è esattamente l’immagine dello Stato etico. I cittadini sono semplici strumenti, dei quali io Stato faccio ciò che desidero in nome di un presunto loro bene. Io Stato sono onnipotente, sono il dio su questa terra, immagine che aveva descritto brillantemente il filosofo inglese T. Hobbes nel XVII secolo, riversandola nel libro Leviathan per la giustificazione dello Stato assolutistico. Il suddito consegna allo Stato persino la propria vita purché sia protetto. Quello stesso principio è stato portato avanti da N. Machiavelli, che arrivava persino a giustificare gli errori di chi detiene il potere, perché l’ammissione dello sbaglio mostra il lato debole del potere e, pertanto, l’inizio della sua decadenza.
In definitiva sia lo Stato etico, che domina l’individuo, sia il diritto individuale, che deve prevalere su tutto e tutti, hanno la stessa matrice culturale: l’abbattimento della persona e della sua responsabilità civile e comunitaria. Lo Stato etico è dittatura e sottomette la persona. L’esaltazione dei diritti individuali incarnata dallo Stato è la nuova dittatura mascherata da democrazia e progresso. Infatti alcune minoranze hanno visto dilatare il proprio potere a danno di altri fino ad arrivare ad essere tutelate direttamente dallo Stato, anche a costo di prevaricare il diritto di altre minoranze. Questa scelta è il sintomo della dittatura che seleziona ciò che è più congeniale a se stessa a discapito di chi non si allinea.

Ecco lo Stato che non difende la vita, il diritto alla vita, è uno Stato autoritario. Poiché la vita viene prima dello Stato; lo Stato non può disporre di essa a suo piacimento. Può soltanto regolare le modalità di vita, il suo esercizio a tutela di interessi generali della comunità. Non può decidere se essa può venire al mondo o meno, né se essa possa essere tolta o meno. Naturalmente la vita si affaccia, naturalmente la vita si spegne. Né il parametro delle scelte può essere l’economicità della vita. Ogni vita deve essere presa in carico della comunità civile. Se il suo valore è al di sopra dello Stato essa non ha prezzo e i costi del suo mantenimento devono essere i primi costi che lo Stato deve garantire. Ogni vita non si deve valutare in termini di entrate e uscite, non può essere ridotta a un mero bilancio economico di attività e passività. Bambini, anziani, disabili sono sempre una passività economica.
Lo Stato saggio equilibra le dinamiche economiche compiendo delle scelte di fondo. Vita o profitto? Se ambedue possono convivere i problemi non si pongono, ma nel caso in cui drammaticamente occorresse operare una scelta, lo Stato deve garantire la vita e non il profitto; deve garantire la vita delle persone che lo costituiscono, qualunque esse siano.
Lo Stato saggio tutela la vita e la tutela in abbondanza. Anche la Cina ha dovuto fare il mea culpa, rinnegando la politica del figlio unico, che ha prodotto nel tempo effetti devastanti sulla società, sul lavoro, sulle famiglie, sulla ricchezza sociale. Ma il passo più sconvolgente è stata la decisione della Russia di spazzare via qualsiasi politica di freno demografico perseguita in anni di comunismo attraverso la massima liberalizzazione dell’aborto, portando lo Stato sovietico a primeggiare nel mondo occidentale in quanto a numeri di vite eliminate. La forte limitazione all’uso dell’aborto nella Russia di Putin è stato il segnale di svolta di un paese che ha compreso che la sua ricchezza è insita nella famiglia e nella generatività dei figli. Lo smantellamento del comunismo in Russia sta producendo frutti inimmaginabili soltanto venti anni indietro con la disintegrazione del modello comunista dei soviet.

Lo Stato deve scegliere la vita e i poteri che incarnano lo Stato equilibrato, ciascuno operante per la propria parte, devono concorrere a non lacerare lo Stato per la sua stessa sopravvivenza. La saggezza di uno Stato è l’insieme della saggezza dei suoi governanti. La saggezza è la guida della buona amministrazione. La buona amministrazione dipende dall’equilibrio dei poteri dello Stato divisi e distribuiti. Quando uno dei poteri prende il sopravvento ogni Stato, rimane privo del necessario equilibrio e immiserisce uno dei poteri chiamato a dare equilibrio. Non c’è di più pericoloso di un potere che prenda il sopravvento con la scusa che gli altri non compiano la propria parte. Si dimentica (e viene consapevolmente dimenticato) che spetta al popolo decretare un cambiamento così importante nella distribuzione dei poteri. La divisione dei poteri avrebbe come fine quello di togliere l’accentramento nelle mani di una sola persona o di un gruppo. Sappiamo tutti che si tratta di un sogno e che la realtà è ben diversa, tuttavia occorre tendere al meglio. Ma tra i poteri ce n’è uno che quando prende il sopravvento è particolarmente pericoloso: quello giudiziario. Ogni condanna emanata, ogni legge cassata va applicata: questa è la sua forza. La sua pericolosità risiede nel fatto che è potere di garanzia e di equilibrio. Garanzia perché il giudizio è super partes, equilibrio in quanto non ha connotati di alcuna parte politica, economica, sociale. Quando la magistratura esorbita dal suo ruolo e abbraccia un qualsiasi schieramento perde il suo connotato di garante.

Nel caso di Eluana Englaro è lo Stato democratico, basato sulla divisione dei poteri, che è uscito sconfitto. Il potere legislativo aveva intrapreso, pur con colpevole ritardo, la strada della legiferazione; il potere esecutivo aveva esercitato il proprio ruolo attraverso i suoi organi amministrativi. Il potere giudiziario, in alcuni suoi rami, si era posto, a legislatore e ad amministratore della cosa pubblica in un’ottica di prevaricazione. Da quando esiste il dibattito su come organizzare il governo della società, si è sempre ritenuto necessario che a monte vi fosse sempre una legge, una norma regolatrice prima di intraprendere un qualsiasi passo. Persino nel diritto internazionale, il più difficile da porre in essere per le profonde e radicali diversità di genti e Stati, nulla si muove senza il consenso di una legge, di una convenzione, di un trattato. Anche Cartesio, il filosofo razionalista fondatore del modo di pensare moderno, poteva ben dire che nel frattempo che l’uomo si dava una forma di sapere e conoscenza razionale grazie a un metodo saldo e inespugnabile l’uomo dovesse vivere secondo una morale provvisoria in attesa di una definitiva. Ma mai tutto ciò che era provvisorio poteva essere regolato unicamente o in modo principale dalla magistratura giudicante. Dunque la magistratura ha debordato dal suo ruolo istituzionale e si è sostituita arrogandosi un “diritto” che non aveva né poteva avere: legiferare.

L’omicidio di Eluana Englaro è stato commissionato, pertanto, da un apparato “deviante” dello Stato, tra l’altro da un organo tutto sommato minore all’interno della scala gerarchica della magistratura. Non è la prima volta che si assiste ad uno spettacolo del genere: più volte i giudici hanno preteso di legiferare. L’ultimo esempio sono le varie sentenze che hanno legittimato ciò che la legge non prevedeva con interpretazioni così estensive e fantasiose da farci chiedere se i giudici fossero trapezisti o contorsionisti.
La mania degli ultimi decenni di pensare i giudici come i salvatori dello Stato, a cominciare dal fenomeno di “Mani pulite”, ha visto scendere in campo una marea di magistrati a occupare gli scranni parlamentari, regionali, comunali: ministri, senatori, onorevoli, sindaci, assessori pescati tra gli ex togati. Tutti all’unisono a pensare che occorresse dare una pulita a questo Stato incapace… e chi meglio di un giudice può portare aria respirabile? Peccato che la presunta ricetta ha svelato i limiti degli stessi giudici chiamati ad applicarla: molti di loro sono stati inquisiti o sotto inchiesta. Con l’ulteriore danno di gettare un’ombra inquietante sull’intera magistratura.

Il caso della legge Renzi-Cirinnà ha mostrato il volto demenziale della surroga operata dalla fantasiosa magistratura, che aveva dettato le linee del provvedimento con le sentenze antecedenti, costringendo il legislatore alla corsa per adeguarsi. Così come, di recente, la questione della riforma del voto ci ha fatto capire ancora meglio, oggi, quale sia il potere dei giudici togati: immenso, se addirittura il Parlamento e il Governo si piegano, per propria ignavia e incapacità, al volere di un organo che non ha né competenza né “diritto”. La riforma del voto è stata dettata dai giudici come si procede alla dettatura per i bambini di scuola elementare.

Questa lunga riflessione dove porta? Ad accusare lo Stato di ignavia, ma a puntare pure il dito sulla magistratura, che ha raggiunto le vette della presunzione imponendosi allo Stato e sullo Stato. Nel caso di Eluana l’omicidio, almeno inteso in senso morale, che è stato commesso ricade eticamente sui magistrati che hanno deciso la morte della giovane, togliendole il diritto primario, naturale all’alimentazione e alla idratazione. Se il genitore ha un’evidente responsabilità di fronte alla sua coscienza e a Dio, in cui non crede, i magistrati giudicanti ne hanno una ancora più grande davanti alla loro coscienza individuale, davanti alla coscienza di un popolo, davanti a Dio, se credono in Lui.

A conclusione mi sembra giusto per la memoria di Eluana ricordare che il Corriere della Sera del 10 febbraio 2009 riportava la testimonianza del padre Beppino Englaro che così descriveva la figlia: “scarnificata e inguardabile, “dalla faccia che si era rinsecchita come il resto del corpo”, che “pesava meno di 40 chili”, le cui “braccia e gambe erano rattrappite”, con il viso tutto piagato da “quelle lacerazioni che ai vecchi vengono sul sedere ma a lei anche in faccia”, dando un quadro raccapricciante di sua figlia, un ritratto incredibile per chi solo pochi giorni prima, a Lecco, aveva visto una paziente ben curata, forte, sana e dalla pelle intatta. E soprattutto quell’immagine sarebbe stata presto smentita dall’autopsia. Persino Roberto Saviano sulle colonne di El Pais sostenne che Eluana aveva il “viso deformato e gonfio, senza espressione e senza capelli”, senza averla mai vista di persona, atteggiandosi a nuovo guru. La giornalista L. Bellaspiga (che la vide) con P. Ciociola ha descritto l’altra Eluana, quella vera. Vale la pena di riportare qualche passo del libro che ripercorre la tragica fine di Eluana.

“Un lenzuolo candido copre la ragazza che giace distesa su un fianco, il destro, così la vediamo di spalle. O meglio, di spalle vediamo una testa di capelli lucidi e neri, tagliati corti, non cortissimi. Quella dunque è Eluana, ci siamo.
Mezzo giro intorno al letto e siamo faccia a faccia: buongiorno, Eluana. Non è più la ragazza delle foto, ma chi poteva essere così stupido da pensarlo, nessuno di noi è la persona che era vent’anni fa. Però una cosa colpisce subito: Eluana è invecchiata poco, è rimasta ragazza davvero, anche nella realtà, non solo in quella congelata dalle foto…
Di lei vedo le braccia e quelle sono tornite, sode, in carne come mai avevo visto nei numerosi “stati vegetativi” che avevo conosciuto, e pure il volto è rilassato, pieno, normale, non abbrutito da quelle tipiche espressioni deformi che avevo incontrato, bocca spalancata, bava che cola, guance scarne, una sorta di urlo muto di Munch.
È primo pomeriggio ed Eluana è sveglia: «Apre gli occhi all’alba e li richiude la sera, di giorno non dorme», spiega suor Rosangela, che resta in camera con noi e parla poco.”.
Ma la giornalista, dopo l’omicidio, dà il resoconto dell’autopsia.
“Da quelle pagine, si desume, «di piaghe neanche l’ombra». L’11 febbraio è anche il giorno in cui iniziano a circolare altre verità: «Secondo i periti era in buone condizioni di nutrizione», scrive l’Ansa. «Al momento del decesso pesava 53 chili», rivela il Corriere della Sera: altro che «meno di 40 chili», dunque. Eluana pesava 56 o 57 chili prima di partire per Udine. Infine la notizia più grave: «È stato calcolato anche il peso del cervello, sarebbe uguale a quello di una persona normale». Per la pubblica opinione è un fulmine a ciel sereno: il gruppetto di medici aveva infatti assicurato cose ben diverse. Che lei morendo non avrebbe sofferto perché «il suo cervello, come quello di Terri Schiavo, è ridotto almeno alla metà del suo peso».
Quasi tutte le testate si ostinano a parlare di «spina» e di «staccare», ma non dicono che quello di Eluana è un letto normalissimo, così come la sua stanza. Nessun macchinario, nessun monitor. Soprattutto niente che si possa staccare. Se si vuole che Eluana muoia bisogna agire, in un modo o in un altro, perché non ha malattie, non dipende neppure da un respiratore, e al di là della lesione cerebrale dovuta all’incidente non c’è nulla nel suo corpo che non funzioni, è una grave disabile come tanti altri, non una malata terminale. La soluzione potrebbe essere un’iniezione come avviene in molte nazioni per le esecuzioni capitali, ma il metodo è barbaro, così come l’ipotesi di un soffocamento. Più «accettabile», anche se più lungo, appare lasciarla senza alimenti e senz’acqua finché non si spegnerà. Un sistema che avrebbe lo stesso risultato con qualsiasi paziente incapace di reagire, non solo le migliaia di stati vegetativi in Italia, ma tutti i bambini nati con cervello atrofizzato, i disabili gravissimi o i malati di Alzheimer, per citare alcune delle vite «non degne».

Ma le persone in stato vegetativo non sono attaccate alle macchine. Eluana non era attaccata a nessuna macchina. Verso di lei non c’è stato alcun accanimento terapeutico. Quello che la malafede dei media vuole trasmettere, tuttavia, è l’opposto.”.

Naturalmente la stampa di regime si accanì nel descrivere l’Eluana brutta e deforme secondo il mantra che oramai imperversava dovunque. Ma quella stessa stampa dimenticò di raccontare l’autopsia che rivelava quanto falsa e manipolata fosse quell’informazione data. Ed è quella stessa stampa che, attraverso la presentazione di casi pietosi, sta iniziando ora la battaglia a favore dell’eutanasia come diritto imprescindibile. E guarda un po’ ciò accade in concomitanza dell’inizio del dibattito parlamentare su una legge, a cui stato dato un titolo soft per renderla accettabile agli occhi dell’opinione pubblica: legge sul testamento biologico.

La difesa della vita è l’inizio del pensiero cristiano e la vittoria del pensiero di morte sarà l’inizio del vero declino del cristianesimo.
Si vedrà da questo, dopo gli amari bocconi delle legislazioni anti famiglia pure recenti, quanto la Chiesa avrà coraggio di esporsi, di ingaggiare una battaglia o quanto sarà capace di andare contro i propri principi costitutivi che si riassumono in una parola: vita. Che equivale a resurrezione.
I papati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono marchiati del segno pro vita. Papa Francesco e la Chiesa che è in Italia si ribelleranno e faranno sentire alta la propria voce o si adegueranno allo stile che serpeggia in modo inquietante sulle bocche di molti, di troppi: tanto vinceranno, meglio portare a casa il minimo che il nulla? Vorrei ricordare in punta di piedi a costoro che l’esempio è Cristo e che la vita è il fondamento della visione cristiana del mondo, della storia umana. Il nostro è un Dio della vita non un Dio della morte. E che per la vita Cristo è morto.

Saremo così pusillanimi da accettare di auto dissolverci?

Roberto Frecentese

Dal Blog ONTOLOGISMI di Alessandro Benigni

Sorgente: Eutanasia: la società occidentale contro la vita corre sul viale del tramonto – Ontologismi