Europa e Cristianesimo

Sembra ironico e paradossale, ma, a ben vedere, l’Europa sta cedendo al terrorismo islamico proprio a causa dell’errata interpretazione del messaggio che proviene dalle innegabili radici storiche e morali giudaico-cristiane che la caratterizzano da sempre e che irragionevolmente ed inspiegabilmente ha voluto negare nella sua costituzione. Ascoltando i commenti su vari canali televisivi, leggendo i giornali e scorrendo varie bacheche di Facebook, su cui scrivono anche persone estremamente preparate ed intelligenti, mi hanno colpito, questa volta, le solite frasi che solitamente accompagnano questi attentati islamici: “Noi non abbiamo paura”, “Noi amiamo quello che loro odiano”, “Non avrete il nostro odio”, eccetera, eccetera. Sembrerebbero frasi intrise di cristianesimo, a prima vista, ed è innegabile, certo, ma in realtà c’è altro.

I Cristiani, ai tempi delle persecuzioni, prima di subire il martirio, cantavano lodi al Signore, erano sereni, sembrava quasi che agognassero la morte per andare in Paradiso, ma si trattava di una scelta personale, che non coinvolgeva nessun altro che loro: non chiedevano al marito, al figlio, al fratello, alla moglie, agli amici di scendere con loro all’arena, vi andavano da soli. Oggi chi proclama che non ha paura del terrorismo, è in genere quello che, in nome del Cristianesimo, afferma che è colpa nostra se esistono i terroristi, ignorando che le responsabilità sono sempre individuali e che se lo sono a livello di popolo, ebbene, nessun popolo è innocente, nessuno, nemmeno quei popoli che hanno prodotto il terrorismo. Alcuni dichiarano a gran voce  che abbiamo il dovere di accogliere tutti, di rinunciare alla propria identità, alla propria cultura, se questo ci avvicina “all’altro”, mostrando così la loro bontà infinita, ma il prezzo di questa accoglienza indiscriminata e di questa loro generosità non viene pagato da chi predica tutto questo: in genere il conto lo presentano ad altri. E’ una santità a buon mercato, quella a cui aspirano anche gli atei o i laicisti, e forse fra di loro c’è davvero qualcuno che mette in conto di farsi schiacciare da qualche furgone guidato da qualche fanatico, in nome di Allah, ma i più, principalmente, sanno che qualcun altro pagherà per la loro bontà. C’è chi parla di colpe del Cristianesimo con le Crociate, ignorando (forse) che le crociate furono solo una reazione a ben quattro secoli di ininterrotta guerra santa (sì, la famosa Jihad) dei musulmani contro gli europei. Mentre le Crociate furono limitate sia geograficamente (furono circoscritte alla Terra Santa) che temporalmente (durarono meno di 200 anni e cessarono nel 1270) la jihad islamica fu estesa nel tempo e negli spazi, perché riuscì a provocare la morte violenta di più di 60 milioni di persone per poter assoggettare terre inMedio Oriente, Anatolia e Nord Africa, che un tempo erano cristiane o comunque non islamiche. Facciamo conoscere qualche numero agli amici che addossano tutte le colpe all’Occidente (che certo ne ha, come ogni uomo sulla terra): il buddismo fu annichilito lungo la via della seta ed in Afghanistan (10 milioni di morti fra i buddisti), in India gli Indù pagarono con la vita di 80 milioni di persone, mentre le vittime della jihad nell’Africa sub sahariana – Cristiani ed animisti – furono più di 120 milioni. Alla fine si tratta di 270 milioni di uomini, donne, vecchi e bambini morti per la gloria di Allah, senza contare tutto il resto… Ovviamente a nessuno viene in mente (e giustamente) di attribuire i mali dell’Africa e del Medio Oriente ad una sorta di Karma o di legge del contrappasso contro l’Islam, dopo tanti eccidi, mentre il Colonialismo viene sempre portato (anche qui legittimamente, lo devo dire) sul banco degli imputati, sempre per quella sorta di senso di colpa tanto caro alla nostra religione.

Questo atteggiamento di eccessiva tolleranza nei confronti dell’Islam e di indiscriminata accoglienza del “fratello” lontano (e più è lontano e meglio è, il”prossimo”, cioè quello più vicino, non interessa più di tanto), nasconde in realtà una sottile e subdola forma di razzismo: si dà per scontato che l’Africano che arriva qui, in Europa, sia praticamente incapace di provvedere a se stesso e che sia il bisognoso per antonomasia. Per l’aspirante alla santità sulla terra, tutti coloro che sbarcano sulle nostre coste sono buoni. Non è vero, non sono tutti buoni e non sono ovviamente tutti cattivi, ben sapendo, però, proprio a prescindere da tutto, che chiunque si trovi in un paese straniero, senza prospettive di lavoro, è destinato, prima o poi, a costituire in qualche modo un problema sociale. Noi Cristiani siamo buoni con tutti, anzi, forse ancora più buoni con i figlioli prodighi: Papa Giovanni Paolo II, il Papa Santo dei nostri tempi, andò a trovare Alì Agca dopo che questi gli aveva sparato, ma non ricevette mai un mio devoto amico e suo fervente ammiratore negli anni Ottanta, nonostante lui avesse premuto più volte per avere un’udienza, magari anche con altri gruppi di fedeli… Qualcuno, dopo l’attentato di Stoccolma, disse che quei morti erano il prezzo dell’accoglienza, ma che era preferibile ad una chiusura che “avrebbe disumanizzato la società svedese”. A me, quell’immagine di una bambina svedese schiacciata da quel furgone non è sembrata “umana”, eppure i media non ce l’hanno sbattuta in faccia come hanno fatto per Aylan, trovato morto sulla spiaggia dopo il naufragio di un barcone in Turchia, altra tragedia terribile, non l’hanno fatta diventare un’icona.

Pietro è andato da solo sulla croce, non ha costretto nessuno a seguirlo: non si è mai buoni a spese del nostro prossimo. Soprattutto quando questo può significare – come si è visto – non solo la morte di tanti innocenti, ma anche la fine di una civiltà per farne fiorire un’altra, certamente non migliore.

Stefano Burbi