detenuti islamici

articolo di Alessandra Baga
 
Vita più facile per i detenuti musulmani nelle carceri occidentali?
I detenuti nelle carceri dovrebbero essere tutti “uguali”, invece a quanto pare quelli musulmani in Occidente non sempre lo sono: capita che si voglia dare loro un trattamento privilegiato, “più diritti”, in virtù della loro religione che oggi fa tanta paura, perché altrimenti questi potrebbero risentirsi con l’Occidente e diventare jihadisti. E’ ciò che ha sostenuto di recente il ministro della Giustizia Andrea Orlando in un’intervista al “Corriere della Sera” a proposito dei 10 mila carcerati islamici in Italia, tra cui 6 mila praticanti, anche in considerazione del fatto che, a quanto sembra, i responsabili degli attentati di Parigi e Copenaghen sono approdati al fanatismo islamico proprio a contatti avuti in prigione.
Si tratta di un pericolo certamente serio, ma “trattare meglio” i detenuti musulmani non è la soluzione, tanto più in un periodo in cui si discute di provvedimenti “svuotacarceri” e di diritti negati a tutti i detenuti (di recente si è suicidato un uomo di nazionalità rumena). Il Guardasigilli ha proposto innanzitutto di aumentare il numero delle moschee carcerarie, perché sono presenti solo in 70 penitenziari e non i tutti i 203 esistenti nel nostro Paese. Orlando ha anche ricordato che secondo l’indagine del Senato Usa, “misure estreme” –  sul genere Guantanamo – “oltre a violare i diritti fondamentali delle persone”  – come se questi fossero secondari – non sono di ausilio effettivo nella lotta al terrorismo globale ma rischiano di alimentarlo”. Ma in Italia c’è rischio di “misure estreme” nei confronti dei musulmani nelle carceri? Oltretutto persino a Guantanamo dal gennaio di quest’anno non ci sono più guardie femminili per gli spostamenti dei cinque detenuti per l’11 settembre, dopo che costoro, tra cui Khalid Sheikh Mohamed, considerato la mente degli attentati alle Torri Gemelle, si erano rifiutati di parlare con i loro avvocati donne perché non erano loro consanguinee.
Un trattamento speciale per i musulmani c’è peraltro da anni nelle carceri italiane: per loro il vitto è differenziato, halal.  Il carcere Buoncammino in provincia di Cagliari addirittura consente dal 2011, nell’ambito di un’iniziativa intitolata “Ramadan, cultura e preghiera”, di far arrivare ai detenuti musulmani un sacchetto con qualche dattero per il pasto della sera durante il Ramadan (iftar) ed una sveglia in modo che possano regolarsi per le preghiere.
Le moschee nelle carceri sono spesso autogestite e vedono arrivare anche imam dall’esterno oppure questo ruolo viene ricoperto da singoli detenuti. Tuttavia i musulmani sono sottoposti a più rigidi controlli proprio per il pericolo proselitismo, in particolare per il problema della lingua. Vengono perquisiti con più rigore i libri che portano con sé, anche se spesso costoro non permettono a nessuno di toccare il Corano in quanto loro Libro Sacro.
In ogni caso quello nei confronti dei detenuti fedeli all’islam in Europa è in generale un trattamento “di riguardo”. Da un rapporto del giugno 2010 sulla fede musulmana nelle carceri del Regno Unito, realizzato dall’ispettore capo delle prigioni Dame Anne Owens, è emerso che le guardie carcerarie sarebbero più rispettose nei confronti dei  carcerati musulmani (sono stati “intervistati” 164 di loro e si sono svolte numerose ispezioni sulle loro condizioni). Per esempio oltre ad avere cibo halal (da molti considerato migliore degli altri), essi sono esenti dal lavoro e dallo studio il venerdì.  Addirittura molti criminali si convertirebbero alla religione islamica con la speranza godere di più benefici (quelli accordati soltanto ai musulmani praticanti) o per appartenere a un gruppo più forte, i cui membri si sostengono tra loro. Per cui il numero di detenuti musulmani è sensibilmente aumentato (a partire dal 1994). Tuttavia secondo lo stesso studio proprio i detenuti musulmani tendono maggiormente a protestare per le condizioni carcerarie e ad affermare di non sentirsi al sicuro, minacciati dai secondini, soprattutto nelle prigioni di massima sicurezza. Quindi secondo Owens è necessario un rispetto (ancora) maggiore nei loro confronti.
 
 

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