Della monade-animale

Prefazione prefaziosa

Ovvero: “sullo stare al di qua del sacro”

woman-1445917_1280.jpgSì, lo so. Non si dovrebbe scrivere in prima persona.
Ma questo non è un saggio filosofico. Né un manifesto politico.
E’ un atto di ribellione.
E come ogni ogni sovversivo, cerco complici.
Dunque la domanda è: tu, da che parte stai?

Siamo nell’era di un riduzionismo spaventoso: la coscienza è stata reificata, ormai la si pensa come un dato materiale, mentre l’uomo stesso sta per essere ridotto a monade-animale.

Chi lo dice? Quale studio lo dimostra? Quale rivista scientifica affidabile lo afferma?
Perché lo abbiamo visto, dove porta e quanto vale “l’appello all’autorità” …

Quindi, importa davvero?

O è più importante prendere posizione?

Perché il fatto è questo: la naturalizzazione della coscienza è un inganno. E l’uomo non è una monade. Non esiste una scienza della libertà. Non esiste un dire, un desiderare o un sapere che riguardi l’uomo che sia neutro, oggettivo, al di sopra delle parti.

Indifferente?

Quando si interroga l’uomo, chi interroga e chi viene interrogato coincidono. Ma il nostro domandare, il nostro cercare, il nostro vedere è sempre già carico di ciò che noi siamo. O meglio di ciò che noi crediamo di essere, oltre che di ciò in cui crediamo. In questa micro prefazione ammetto dunque di essere prefazioso: tendo ad una visione, prendo posizione, sono di parte. In modo netto, inequivocabile. Dove si colloca quindi la mia domanda? Da che parte sta il mio guardare l’uomo, il mio interrogarlo e, in questo, il mio pensare il mondo?

Io mi colloco al di qua del sacro.

Sì: per me l’uomo è ancora un essere-sacro. Su di lui, nessuno ha diritto, nessuno può esercitare un possesso. Nessuno può stendere la mano, in alcun modo. Contro ogni nichilismo, che sostiene l’esser-niente dell’uomo, io affermo invece che l’uomo non era, non è – e non sarà mai – un nihil, un nulla. L’uomo non è “un ente tra gli altri”, un essere qualsiasi. Non è un ente che ad un certo punto appare, calca per un certo periodo la terra, poi svanisce nel niente, in modo che, provenendo dal niente, finendo nel niente, ed essendo lui stesso un niente, lo si possa uccidere prima ancora d’esser nato, o rendere schiavo, in tutti i modi possibili, o che si possa fargli violenza, quale che sia, senza con questo varcare la soglia che porta al di là del sacro, al di là dell’infinita ed inarrivabile sacralità della vita umana.

Quindi, io vedo e affermo la luce sacra dell’uomo, di ogni uomo.

Resto al di qua dell’argine del sacro: anch’io scorgo il “tu non mi ucciderai”[1] nel volto d’altri. Affermando che l’uomo è un ente che vale più del nulla, dico anche che l’uomo è il bene, così come l’umanità che resta in noi è un bene. Per tutti. Io affermo anche che riportarsi al di qua dell’assoluta dignità dell’uomo è oggi un gesto trasgressivo, ribelle, contro corrente, indipendente: ma anche l’unico gesto libero, vivo, prospero, mentalmente sano, universalizzabile[2], che si possa fare.

L’accettazione incondizionata di ciò che ho scritto costituisce il presupposto per comprendere il senso di ciò che sto per affermare.

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Qui un video che sintetizza con efficacia almeno uno degli aspetti di questo riduzionismo estremo. (La musica è di Yann Tiersen)

 


I. Dell’essere ridotti a monadi-animali

Ovvero: alcune visioni per arrivare ad una proiezione d’insieme, partendo da ciò che accade in ambiti diversi e apparentemente scollegati tra loro. Per una rilettura critica del circostante.

Se non esiste un dire, un desiderare o sapere del mondo umano che sia neutro e oggettivo, tantomeno esiste un’oggettività nel trovare, nello scegliere, nel valutare e nell’interpretare i dati e i fatti che ci permettono di dare forma alla nostra visione.

Ma io sono fazioso, l’ho detto prima, e pure pre-fazioso. Dal mio punto di viartwork-1398925373.jpgsta, dunque, proverò in questo breve excursus a mettere in sequenza dis-ordinata alcuni accadimenti, apparentemente slegati tra loro, così come vengono. Il lettore ne potrà eventualmente aggiungere secondo il proprio gusto: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Cercherò poi di arrivare ad una sintesi, per sostenere uno sguardo d’insieme che vuole essere una sorta di scatto rubato, una fotografia di denuncia e di protesta: di ciò che stanno e stiamo facendo di noi stessi.

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Partiamo da noi, quindi.

In Italia è aumentato – ed è presumibile che stia crescendo tutt’ora – sia il consumo di antidepressivi che il numero dei suicidi. Lo rileva il Rapporto Osservasalute del 2015. Effetti analoghi sono stati studiati per gli ansiolitici [3]. Siamo un popolo che sta invecchiando, la natalità è sempre più bassa. Ci stiamo impoverendo, aumentano le difficoltà sul lavoro, spesso acuite da disastrose scelte dei governi centrali [4]. Ad un aumento della conflittualità e dell’insicurezza sociale sembra corrispondere un correlato senso di incertezza individuale, plausibilmente acuito dal trasformarsi veloce delle relazioni sociali. Dopo il passaggio dalla società post-figurativa a quella pre-figurativa [5] ci stiamo portando ad uno stile di relazioni sociali ancora più disgregante, basato sulla modalità della connessione, più che della relazione [6]. Con tutto ciò che questo passaggio comporta: un aumento del narcisismo, del consumismo, in ultima analisi delle solitudini e del correlato senso d’insicurezza. Le monadi, se isolate, evaporano nel nulla. Ma non prima di essere ridotte allo stato animale. Riduzione peraltro ricca di evidenti contraddizioni. Basti pensare che gli animalisti più intransigenti da una parte negano la specificità dell’uomo ma dall’altra sono comunque generalmente favorevoli all’aborto.

Un diffuso malessere, una sorta di regresso che si declina in forme diverse. Un esempio, tra i tanti? Già dal citato Rapporto Osservasalute dell’anno precedente (2014) si evidenziava una tendenza alla sedentarietà, ad un aumento del consumo di farmaci (in generale) e ad un’alimentazione scorretta e al seguente sovrappeso [7]. Plausibilmente, ad un aumento della sedentarietà corrisponde una diminuzione delle relazioni dirette, non mediate dalla tecnologia. Ma che c’entra il sovrappeso? C’entra, eccome: come tutto ciò che rende brutti o tende al brutto, che ci circonda. La corsa ai consumi ed il ripiego compulsivo su di sé e sul consumo alimentare è, come tutti sanno, largamente indotto. La sovralimentazione determina una serie di problemi che hanno costi: ogni problema richiede una soluzione, ma le soluzioni si pagano. Così si ottiene come effetto un ulteriore aumento dell’insicurezza: chi è contento del suo essere obeso? Il meccanismo sembra essere questo: si crea una dipendenza. Ovvero: si crea una monade-animale. Isolata, senza finestre, incapace di guardare all’esterno. Poi si prospettano dei modelli di bellezza opposti ed il gioco è fatto: in questo modo si isolano le persone e si aumenta in loro il senso di solitudine e sofferenza ed il correlato bisogno di accettazione sociale. Quindi si danno anche le soluzioni (ancora una volta, a-di consumo) per uscire da questo stato: non avete notato quanti sono i volumi, dedicati alle diete, che affollano gli scaffali delle librerie? I prodotti dimagranti nelle farmacie? I centri benessere che promettono di restituire una silhouette accettabile? E così via. Sempre più monadi, sempre più ripiegamento su di sé, sempre meno rapporti e relazioni socialmente edificanti, sempre più deboli, incapaci di cogliere il senso generale di ciò che avviene o comunque di reagire in modo significativo alla manipolazione [8].

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Voltiamo pagina nel nostro catalogo ideale. Nel Luglio di quest’anno (2016) è arrivata in aula alla Camera la legge per la legalizzazione della Cannabis. La cosiddetta “droga leggera”. L’argomento è il solito: “siccome” bacco e tabacco, pur facendo danno (soprattutto ai giovani), sono leciti, “allora” dev’essere lecito anche tutto ciò che ad alcol e tabacchi può essere equiparato sul versante dei danni, dei rischi e dei pericoli (alcolismo, tabagismo, tossicodipendenza). Verrebbe da chiedersi come mai, invece di impegnarsi semmai nella lotta al consumo di alcol e tabacchi, per esempio informando sui danni che provocano in modo più capillare, si propone al contrario di ampliare lo spettro dei consumi che creano dipendenza, rendono insicuri e daccapo: innestano nuovi bisogni di guarigione. Il punto è: la politica si muove per liberare l’uomo o per aumentare la sua soggezione? In questo modo si dà respiro all’essere comunità o all’essere monade-animale-isolata?

Qui in video un intervento chiarificatore del dottt. EUGENIO AGUGLIA sul nesso tra sostanze psicoattive e patologia psicotica (Relazione presentata durante i lavori del XIX CONGRESSO NAZIONALE DELLA SOCIETA’ ITALIANA DI NEUROPSICOFARMACOLOGIA tenutosi ad Acireale (CT) dall’11 ottobre 2018 al 14 ottobre 2016)

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Ancora avanti. Una ricerca del CNR di Pisa (del 2015) pone gli studenti italiani primi in Europa per consumo di psicofarmaci: “sono utilizzati per migliorare la concentrazione quando si studia e per ‘sballarsi con l’alcol”. In sintesi: “In tutta Europa i maggiori consumatori di psicofarmaci non prescritti tra i teenagers (15-19 anni) 150135467-d1a5e621-251c-4462-9b54-d82265802fe8-1sono gli studenti italiani. Oltre duecentomila li hanno usati nell’ultimo anno, 395 mila gli under 20 che li hanno provati anche in passato mentre continua a crescere la fetta di coloro che diventano consumatori abituali, che li hanno ingeriti 10 volte o più nell’ultimo mese: sono 43mila, erano 27mila nel 2007. A lanciare l’allarme su un fenomeno in crescita costante, (a parte la cannabis le altre droghe sono stabili), è lo studio Espad italia (european school survey project on alchol and other drugs) condotto dal reparto di epidemiologia e ricerca dell’istituto di fisiologia clinica del consiglio nazionale delle ricerca di Pisa, (Ifc-Cnr)”.

La domanda è: perché uno studente – quindi un giovane – ha bisogno di consumare psicofarmaci per studiare o per sballare? Non c’è alcuna ragione, evidentemente. Ma come si arriva al consumo di un farmaco che dovrebbe essere prescritto da un medico e venduto in una farmacia dietro presentazione di ricetta medica?

La mia lettura? Bisogna richiamarsi all’idea di disgregazione, di manipolazione, e finanche di “brutto”, dentro e fuori di noi, cui sopra ho accennato. In una società brutta, in una scuola brutta, che deve fare un giovane? A me sembra logico: cerca l’evasione. Ma daccapo: perché la scuola, i programmi, e così via, sono disgreganti? A vantaggio di chi, come vedremo più avanti, questa esasperazione di “competenze” settoriali e questa idiota svalutazione di ciò che dà alla persona una visione d’insieme e sensata del mondo?

Che sia chiaro: la mia non è una fissazione per la teleologia. Però di fatto non possiamo esimerci dal ragionare per cause, cercando di trovare le ragioni ed il senso di ciò che accade. Sempre che si voglia ragionare e non fermarsi alla constatazione dei fatti, s’intende. Quello che accade, non piove dall’alto. Non capita “a caso”. A meno che il caso non sia abbastanza potente ed intelligente da disegnare un progetto che fa dell’uomo quello che stiamo scorgendo in questi anni.

La naturalizzazione della coscienza ha un fine, uno scopo. E’ telologicamente orientata. La sua ragione sta nel controllo sociale che ne deriva.

Lo aveva perfettamente capito Edmund Husserl. Siamo nei primi del Novecento. In ogni suo scritto, ma in particolare in quello scritto formidabile che possiamo considerare il manifesto della Fenomenologia (Cfr. La Filosofia come scienza rigorosa, pubblicato sulla rivista Logos, nel 1911), Husserl prende di mira quella tendenza psicologista che è sopravvissuta indenne ad ogni critica fino a noi e sta ancora portando danni incalcolabili. La designa in modo dispregiativo come “filosofia naturalistica” o “teoria naturalistica della conoscenza”. trasferimentoEssa è per Husserl caratterizzata dalla “naturalizzazione delle idee”, vale a dire la riduzione delle verità ideali a processi psicofisici sottoponibili all’indagine sperimentale. In questo consiste propriamente la “naturalizzazione della coscienza”: la soggettività diviene una “mera variabile dipendente dal fisico”, dunque non dissimile da un qualunque altro ente del mondo naturale. Husserl era di fronte ad una tappa fondamentale dell’essere-ridotto-a-monade-animale. Un altro passo di quel nichilismo estremo di cui Nietzsche aveva preannunciato la massima penetrazione in Europa nel “Frammento di Lenzerheide“.

Dite che non è naturalizzazione della coscienza, che non è nichilismo-dominante, che non è riduzionismo sia naturale sia sociale, universalmente piegato al politicamente corretto?

Intanto in Iowa se non sei allineato al politicamente corretto, sei fuori dagli studi.

E quindi dalla professione.

Andiamo avanti?

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Eccoci servita la “teoria svedese dell’amore”. Perfino Repubblica ammette che “è così libera da sembrare disumana”. Ci basti la sintesi di Rodolfo Casadei: “La Svezia è oggi un “paese in cui le persone vivono isolate, sempre più donne single scelgono la fecondazione artificiale e molti anziani muoiono da soli, dimenticati da tutti. E con 80 euro vi spediscono anche il kit per la fecondazione artificiale a domicilio”.

Cattura34.PNGC’è anche un’anteprima di un corto, davvero molto ben fatto, per chi vuole assaporare la bellezza (mortale) della riduzione a monadi-animali.

Un’altra pagina. Londra, andata e ritorno.

Cresce la bisessualità nei giovani inglesi. C’era da aspettarselo: questa è la nuova moda-trasgressione che viene propinata ai ragazzi. Qual è lo scopo? A cosa porta un’identità “fluida”? Chi ne trae vantaggio?

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E se in Inghilterra è boom di “bambini transgender” (nel 2015 oltre mille minorenni sono stati sottoposti a terapie per il cosiddetto “disordine di genere”), anche in Italia assistiamo ad una crescente enfasi data a quella che sembra la moda del momento, tant’è che anche da noi si comincia a parlare di “bloccanti ipofisici”. A quale scopo assecondare la (naturale) indecisione sulla propria identità sessuale che in misuura diversa provano tantissimi giovani? A che scopo de-individualizzarli con una pesantissima terapia farmacologica, negando loro il diritto di essere indirizzati verso una maturazione psicologica che non metta in contraddizione mente e corpo?

A proposito di bambini e transgenderismo, apro una breve parentesi. Si vedono i bambini che sfilano, dietro a quegli uomini-cane, nella foto qui sotto? Senz’altro saprete che da tempo esiste una sorta di “comunità” di “uomini – cane”, in cui vengono introdotti anche i bambini. Li vedete? Sono lì, in prima fila. E questo è “solo quello che si vede”. Lascio immaginare il resto.

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Pensate che sia uno scherzo di carnevale? Nient’affatto. Si tratta del trans-specismo, ovvero di quel “fenomeno sociale nato dagli ambienti sadomaso omosessuali e che conta nel solo Regno Unito almeno 10mila simpatizzanti. I membri di questa comunità, in genere maschi ed omosessuali, amano travestirsi da cani, essere coccolati dai loro padroni fino al punto di avere relazioni omosessuali con questi, mangiare in una scodella, ringhiare contro le persone non gradite, essere messe al guinzaglio ed ovviamente camminare a quattro zampe anche per le vie pubbliche[9]. Volete vedere un istruttivo documentario?

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Sembra ancora il caso di parlare solo di “insicurezza indotta” o non è questo qualcosa di più? Anche qui, la trama più o meno evidente che lega i fatti che abbiamo osservato è costituita dall’idea pervasiva – ed occultamente inculcata – che riduce l’uomo ad animale. Questa sì: la monade-animale perfetta. L’uomo insomma ridotto ad ente, il cui valore è niente. Sarebbe interessante vagliare punto per punto quanta influenza abbia avuto il darwinismo su questa inconsapevole convinzione, che come abbiamo visto lega insieme tutti questi fenomeni: l’uomo è poco più di un Bonobo, di un Orango del Borneo, di un Pongo abelii. Quantitativamente più sviluppato, ma qualitativamente sullo stesso piano di una scimmia. O un animale qualsiasi.

E’ un’esagerazione? Invito allora a ricordare il caso di quella scienziata che amava il suo delfino.

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Il punto non è qui la follia del singolo, sia chiaro. Se fosse stato un pastore qualsiasi, ad innamorarsi della sua pecora, la notizia si sarebbe spenta in poco tempo. Di matti, il mondo è pieno: chi si stupisce più? Qui però è diverso. Si tratta di una ricercatrice, non di una qualsiasi. Di una donna di scienza, razionale, con la testa sulle spalle. Quindi: perché no? Un altro esempio? Chi non ricorda l’illuminante proposta del parlamentare Carlo Sibilia? “Legalizzare i matrimoni di gruppo e tra specie diverse. Purché consenzienti“.

E non è finita. Potremmo andare avanti per molto, prendendo in esame una miriade di notizie che confermano questo trend in atto. Ancora una, che non possiamo tralasciare (anche per via della sua intrinseca comicità): sempre a proposito di uomini e animali, il Canada ha recentemente stabilito che gli atti sessuali tra uomini e animali sono leciti purché non vi sia “penetrazione” tra i soggetti coinvolti. Si tratta evidentemente di un paletto ridicolo, che verrà presto spazzato via. Che sesso sarà mai, senza penetrazione? D’altra parte, a quanto parte anche l’alta società si sta mettendo al passo con i tempi.

Qualcuno potrà obiettare: ma se anche qualcuno desidera degradarsi a livello di animale, a noi che importa?

E’ questo il punto: siamo di fronte al massimo del potere disintegrante. Ciascuno per sé: a te che importa? Si dà però il caso che non si tratti affatto di una stravaganza di qualche singolo impazzito. Quella che stiamo osservando è l’ultima onda di una rivoluzione antropologica che affonda le sue radici in profondità. Ed è teleologicamente orientata alla riduzione a monadi-animali.

E’ l’immagine dell’uomo, della dignità e della sacralità di ogni uomo, ad essere oggi sulla via del tramonto. Al posto dell’immagine tradizionale, qualcuno comincia a delineare i tratti dell’uomo nuovo, dell’uomo che verrà: una monade-animale, per l’appunto. Un essere sempre più vicino all’animale o al robotico [10] (entrambi sinonimi di niente) che all’umano.

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Un ente totalmente manipolabile, a disposizione del potere. Un essere che si può fabbricare, letteralmente: costruire pezzo per pezzo. O smembrare e rivendere, sempre pezzo per pezzo. Nonostante la forza della censura, credo non ci sia davvero bisogno di richiamare alla memoria il recente orrore del caso Planned Parenthood, la più grande fabbrica di aborti del mondo”, in cui ogni pezzo umano ricavato da un aborto ha un suo tariffario nel mercato del traffico illegale di organi di feti abortiti.

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Altra constatazione, anche questa apparentemente slegata dalle prime. Chiudiamo il cerchio aperto con il dato sul consumo di psicofarmaci e la correlazione con l’auemento del tasso di suicidi (avremmo potuto citare anche il fenomeno dell’eutanasia, con tutti i nonsensi che comporta) e veniamo al processo di parallela normalizzazione di tutto e di patologizzazione della normalità che si fa sempre più virulento. Per ragioni sintesi, restiamo confinati al solo livello della salute mentale (ma è chiaro che l’argomento potrebbe essere declinato in altri ambiti). Faccciamo riiferimento al DSM (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). Nonostante sia oggetto di critiche sempre più imbarazzanti, questa specie di Bibbia per gli operatori del settore (psicologi e psichiatri in primis) continua ad essere considerata l’unica fonte attendibile per stabilire il canone della normalità e della patologia. Da anni si parla di “diagnosi inventate”[11], ma quello che sta succedendo negli ultimi anni è ancora più grave.

Ora, a parte l’ormai famoso (e presunto) “errore” (o piuttosto un’altra finestra di Overton che si è aperta?) e la successiva correzione dell’American Psychiatric Association (APA) in merito alla “derubricazione” della pedofilia da “disturbo” a “orientamento” o “preferenza, registriamo altre notevoli evidenze. Infatti, parallelamente alla normalizzazione di quelle che un tempo erano considerate vere e proprie malattie mentali (come l’omosessualità, derubricata nel 1973[12]), insieme alla tendenza a ridurre anche la pedofilia ad un orientamento tra i tanti possibili (sulla scorta di quanto avvenuto con l’omosessualità, intesa oggi come variante” della sessualità umana [13]), si può facilmente notare come il logico complemento di questa normalizzazione non possa che essere la patologizzazione della normalità, per la gioia dei colossi farmaceutici. Un altro passo verso l’affermazione definitiva della sostanziale identità qualitativa tra uomo e animale.

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Pensiamo ad esempio al caso di questa nuova malattia, inventata OppositionalDefiantDisorder.jpgdi sana pianta, definita nell’ultimo DSM “oppositional defiant disorder” (ODD): un curioso disordine mentale che consisterebbe in un “atteggiamento continuo di ostilità, disobbedienza e comportamento ribelle”. I sintomi di questa “malattia” includono ribellione, negatività, contestazione dell’autorità, ed essere polemici: non sembra questa la logica premessa di un futuro silenziatore globale per ogni pensiero divergente, per ogni dissidenza, per ogni critica all’ideologia dominante?

E non è certo un caso isolato, purtroppo. D’ora in poi, perfino la comune sofferenza umana verrà considerata una specie di malattia mentale. Tanto che Allen Frances (ex direttore editoriale del DSM) ha sentenziato in merito: «Il mio miglior consiglio ai clinici, alla stampa ed al pubblico in generale è: siate scettici e non seguite ciecamente il DSM-5 lungo una direzione che porterà facilmente ad un eccesso di diagnosi e ad un dannoso eccesso di somministrazione di farmaci», ed aggiungendo in seguito: «Far diventare la sofferenza umana una malattia mentale sarà la manna per l’industria farmaceutica ed una carneficina per chi soffre».

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E non è finita qui. Il nuovo DSM inventa di sana pianta nuove malattie mentali anche per i più piccoli. Si pensi per esempio al DMDD, “disruptive mood dysregulation disorder”: disturbo da cattiva regolazione di uno stato d’animo esplosivo (ci si riferisce qui agli scoppi di collera tipici nei neonati e nei più piccoli). E’ sempre Frances a tirare questa conclusione: in questo modo si «trasforma il fare i capricci tipici del bambino in una malattia mentale». Tutti sappiamo che dove c’è una malattia c’è un’azienda che produce un farmaco: qual è il fine reale della creazione a tavolino di nuove malattie? Una volta che un soggetto sarà marchiato da una diagnosi di questo genere, sarà più facile che venga ad integrarsi con la comunità o che prenda la strada del progressivo isolamento?

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Del resto non è in discussione proprio in questi mesi, nel nostro paese, lo psico-reato di omofobia? Non è chiaro a tutti quanto l’etichetta preventiva di “omofobo” non sia finalizzata all’isolamento di chiunque abbia qualcosa da obiettare rispetto alle attuali politiche omosessualiste? A dirla tutta sembra in realtà che si tratti di una tendenza emergente in tutto il mondo occidentale, dove a) qualunque critica al movimento omosesssualista viene percepita eo ipso come “omofobia”; b) l’omofobia è vista come una malattia da curare, oltre che c) un reato da perseguire (va ricordato che in Italia una legge contro l’omofobia è ferma al Senato dal 19 settembre 2013 e tra i numerosi emendamenti ce ne sono anche alcuni che propongono, in caso di condanna, l’obbligo di lavorare da sei mesi a un anno in un’associazione che tutela omosessuali, bisessuali, transessuali o transgender. “Obiettivo: far capire meglio il mondo contro il quale si è provata tanta avversione“). Qui è visibile l’altra faccia del processo di disgregazione: quello dell’omologazione coatta al pensiero unico dominante.

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Ultima tappa del nostro agghiacciante carosello. L’Europa ha appena condannato l’utero in affitto (definito dalla neo lingua con l’acronimo asettico di “gpa”, ovvero “gestazione per altri”), ma nel contempo non lo ha vietato. Il mercato ed il conseguente traffico di bambini si calcola sia milionario [14], con l’aumento di offerte, perfino apposite fiere del mercato. I bambini si producono, gli esseri umani si commissionano su ordinazione. Siamo sempre nel mondo delle monadi-animali: la riduzione dell’umano ad oggetto del diritto altrui sta facendo passi da gigante. Aumentano ogni giorno gli uomini che non sanno né sapranno mai chi sono: né da dove vengono, né perché sono al mondo, né conoscono chi li circonda, né sanno cos’altro fare in questa vita se non consumare e lasciarsi consumare. Rubo le parole a Claudio Risè: «l’essere umano non viene più considerato come una persona con un suo corpo, ma solo come un oggetto prefabbricato. Qui si sta organizzando la produzione di bambini come adorabili oggetti di consumo».

Alessandro Benigni

Sorgente: Della monade-animale. Cap. I -III – Ontologismi