dal sito urban fantasy

Un’intervista  a Silvana de Mari, di Antonella Albano

Da poco è stato pubblicato, da Lindau, il suo secondo saggio sul fantasy La realtà dell’orco che testimonia l’intensità della sua riflessione sul fantastico e in particolare sul fantasy.

Il suoi libri sono fra i più tradotti in lingua straniera e hanno ricevuto molti premi in Italia e all’estero. E davvero non è poco. A scrivere la spinge un’urgenza, non il desiderio di cavalcare la moda del genere, che pure oggi è sempre più apprezzato, ma anche, bisogna ammettere, diluito in un gran numero di saghe spesso animate solo dalla speranza di un successo commerciale. È inoltre una donna appassionata e le sue posizioni non accettano di stare fra le righe. La sua visione del fantasy e il suo modo di “praticarlo” danno ai suoi libri una marcia in più, come attesta il suo successo, prima come narratrice per ragazzi e poi anche per una più ampia fascia di lettori che mostra di apprezzare l’evoluzione della sua scrittura che si fa, nel tempo, più adulta e desiderosa di affrontare temi importanti e complessi.

La realtà dell’orco raccoglie il testimone del primo saggio, Il drago come realtà del 2007, in cui indaga i significati storici e metaforici della letteratura fantastica. In questo secondo saggio l’autrice parla della letteratura fantastica degli ultimi duecento anni e incide dolorosamente, ma con nettezza, da chirurgo qual è, la piaga suppurante del modo ambiguo con cui il nostro mondo contemporaneo gestisce il multiculturalismo. In questa situazione, le storie fantastiche, e per estensione il fantasy, hanno una funzione specifica, quella di perpetuare e salvare, anche in modo collettivamente inconscio, le categorie profonde della nostra cultura occidentale. Al libro è allegato il dvd dello spettacolo che è tratto dal testo.

Abbiamo intervistato questa autrice originale e scomoda, che affascina i lettori con la nettezza e la leggerezza profonda dei suoi personaggi.

Signora De Mari, quale moto interiore l’ha spinta a scrivere fantasy? Questo glielo chiedo anche per capire perché i lettori, così tanti oggi, sono spinti a leggere questo genere.

Perché è l’unico genere che parli di Dio e della Morte e contenga i grandi valori: il coraggio, la lealtà e la cavalleria.

Lei ha collegato, nel suo saggio Il drago come realtà, la fisiologia umana all’importanza delle storie fantastiche all’alba del formarsi dell’individualità della persona e dello stringersi dei legami familiari. Come la consapevolezza di questo collegamento, che le deriva dall’essere sia un medico e una terapeuta sia una scrittrice, ha influito sulla sua scrittura? Come dire: è nato prima l’uovo o la gallina?

Ho sempre avuto le storie nella testa. Quelle degli altri, le grandi fiabe quando ero bambina, e poi le mie, quelle che avevo nella testa sempre, da molto prima di cominciare a scrivere. Poi mentre studiavo neurobiologia, durante una lezione, tutti i pezzi del mosaico sono andati a posto. Un’unica umanità, un’unica Storia, due emisferi, uno razionale e uno analogico per aumentare la possibilità di sopravvivere e per diminuire il dolore.

I lettori sembrano dividersi in coloro che amano la fantasia e coloro che invece vogliono soltanto la realtà nelle storie che leggono. A suo parere perché c’è questa così precisa divisione? Quale aspetto della nostra società emerge da ciò?

Non dipende dalla società, ma dalle persone. Ognuna diversa dalle altre. Ognuno in un momento diverso della vita. Quando il processo di identificazione scatta noi ci appassioniamo alle opere di fantasia, quando non scatta leggiamo saggi. Io leggo quasi solo saggistica. Da venti anni a questa parte il 21 marzo sono stati esattamente venti anni, non leggo quasi più narrativa. Non mi scatta più il meccanismo di identificazione. Arrivo sino a pagina 15, eccezionalmente fino a pagina 20 di un romanzo e poi mollo perché non mi importa assolutamente nulla delle vicende narrate. Posso leggere solo romanzi di diciannove pagine e mezzo quindi. Ho letto Harry Potter, Twilight, il Codice Da Vinci, ma li ho letti come si leggono i saggi, cioè cercando di capire il motivo del successo. In tutto questo ho sviluppato una notevole simpatia per Harry Potter. Cosa è successo il 21 marzo 1991? È cominciata la primavera ed è morta la mia mamma in una maniera in cui come medico ho una corresponsabilità. Prima o poi racconterò questa storia.

Lei ha affermato che nel fantasy non appare la religione perché il fantasy è religione, c’è chi dice però che nel fantasy si esprime l’esoterico o comunque tutto quello che è contrario alla spiritualità in genere cristiana, cosa ne pensa di questo?

La grande letteratura fantasy è stata fondata da Tolkien e Lewis che ci hanno verbalizzato, scritto e sottoscritto, che hanno messo nei loro libri i valori della spiritualità biblico evangelica che erano stati ovunque rinnegati. Fortissima la presenza cristiana in Harry Potter. Per sei libri la religione non viene mai nominata, è un tabù. La domenica nessuno va a messa. Nessuno domanda a un altro scusa ma tu sei cattolico, anglicano, protestante, buddista, induista o che cosa? Quando il preside muore e quando muore l’elfo domestico Dobby vengono entrambi seppelliti senza alcun simbolo religioso. Ad Hogworth nella scuola dei maghi ci sono due settimane di vacanza a Natale, che è la festa dell’albero di Natale, e una settimana di vacanza a Pasqua, parola che vuol dire resurrezione, ma non viene mai specificato chi sia risorto: probabilmente l’albero di natale. Nel settimo libro improvvisamente cominciano a comparire simboli religiosi. Compare la parola chiesa: nel villaggio natale di Harry Potter c’è una chiesa. Allora se una chiesa esiste la religione esiste: Harry è cattolico, anglicano, protestante o cosa ? Viene nominato l’inferno: “passerò dalla tua parte quando l’inferno gelerà” dice Neville, il riferimento quindi è a una tradizione che parla di un inferno di fiamme. La fine del settimo libro di Harry Potter riecheggia la fine del Vangelo di San Giovanni. Chi non teme la morte vivrà in eterno. Alla fine anche la morte sarà sconfitta. Nel Signore degli anelli, nelle Cronache di Narnia e in maniera ancora più esplicita nella saga di Harry Potter viene ripetutamente sottolineato, è il pilastro della narrazione, il potere salvifico del sacrificio. Il sacrificio di sé stessi, il sacrificio fatto per amore. Persino Pullman nella saga de Le oscure materie, credendo di essere uno scrittore anticristiano non riesce a restare al di fuori di valori che al di fuori della spiritualità biblico evangelica non esistono. E parla del sacrificio, questa volta di un amore, non della vita, fatto per salvare il mondo. Per quanto riguarda l’esoterismo altro non è che un’esasperazione letteraria della nostra capacità di creare la realtà attraverso la nostra volontà e il nostro pensiero, del libero arbitrio: un’assunzione di responsabilità.

L’elfo Yorsh, Harry Potter, Frodo nel Signore degli Anelli accettano di sacrificare se stessi per la salvezza del mondo o di chi amano. Il sacrificio per la salvezza a suo parere ce l’abbiamo scritto nel DNA di esseri umani oppure è strettamente legato alla natura cristiana della civiltà occidentale?

È una caratteristica umana che però viene esaltata in alcune religioni, ma non in tutte, è presente nel buddismo, è straordinariamente forte nell’ebraismo e nel cristianesimo che è in tutto e per tutto una religione di origine ebraica. C’è un libro, L’ultimo dei giusti di André Schwarz- Bart che cito come esempio assoluto di morte epica, è la morte epica, la morte volontariamente cercata per portare salvezza. Il protagonista del libro, Erni Levy ultimo di trentasei generazioni di giusti, essendo i Giusti coloro che hanno preso su di sé il dolore del mondo, entra volontariamente nel lager, subisce volontariamente la selezione alla camera a gas e la morte, perché i bambini non vadano a morire da soli. Non può salvarli dalla morte, ma sacrifica la sua vita per poter consolare con la sua presenza i loro ultimi istanti.

C’è un libro della sua produzione a cui è particolarmente legata e perché?

Tutti figli miei.

Io mi chiamo Yorsh è il suo ultimo libro di narrativa ed è una sorta di prequel alle vicende narrate ne L’ultimo elfo e i libri successivi. Cosa l’ha spinto a scriverlo?

È un libro che mi è stato chiesto, commissionato, per la prima volta in vita mia mi è stato chiesto di fare qualcosa per Glad Shalit, il soldato israeliano, dell’età di mio figlio, rapito sei anni fa. A me non era mai venuto in mente di poter fare qualcosa, ma dopo la richiesta ho deciso di scrivere un prequel. Dopo le prime pagine, alla “necessità” si è sostituita la voglia di scrivere il libro. Il libro è diventato vivo. Yorsh il melmoso è diventato una persona, come persone sono Yorsh l’elfo e Rankstrail il Capitano. Nel libro si fondono l’archetipo del principe ranocchio, cioè di colui che è considerato ripugnante e la realtà storica dei Cagot. Nel libro chiamati i melmosi, popolazione di intoccabili ben documentata in Spagna, Provenza, e molte parti dell’Europa occidentale. I Cagot, figli sani di donne lebbrose, dovevano sempre portare cucito sugli abiti un pezzo di stoffa gialla a forma di zampa di anatra, dovevano entrare nelle chiese dalla porticina laterale che serviva per far entrare i morti (solo dopo la benedizione la bara poteva uscire dalla porta centrale, cioè stare davanti all’altare), e se avessero toccato l’acquasantiera degli altri o il cibo degli altri avrebbero avuto le mani amputate. Mentre finivo il libro Gilad Shalit è stato liberato: ne sono felice.

Al termine del libro Io mi chiamo Yorsh lei parla di un consolatore, chi è?

Le migliaia e migliaia di testimonianze su coloro che sono tornati dalla morte, tutte, parlano di un consolatore, che ci attende nella luce per consolarci della nostra morte. Se rivediamo la storia “vedendo” le schiere di consolatori che sempre ci sono state sopra i campi di battaglia, sopra le fosse comuni, sopra i gulag, i lager e sopra le camere a gas dove sono stati sterminati bambini con un gas che bruciava loro i polmoni, allora tutta la Storia acquista un senso.

In questa sua ultima opera appare evidente un cambio nelle scelte narrative, come mai questa scelta?

Perché noi cambiamo, inevitabilmente, e quindi cambia quello che scriviamo.

Nei suoi libri del ciclo dedicato al mondo delle terre note, ci sono degli elementi che si ripropongono tra cui la “spirale aurea”, che cos’è e cosa significa per lei la “spirale aurea”?

La stessa cosa che significava per Fibonacci: la prova certa che nei numeri c’è un messaggio di Dio. La Spirale di Fibonacci o Spirale logaritmica. La sequenza di Fibonacci a noi che abbiamo il privilegio di vivere a Torino è molto chiara perché è stampata a lettere di fuoco che brillano nel buio, sulla cupole della Mole Antonelliana. La sequenza di Fibonacci è una sequenza di numeri dove ogni numero è la somma dei precedenti, 0 1 1 2 3 5 8 13 eccetera. La spirale di Fibonacci è frutto di una costruzione geometrica fatta costruendo una serie di quadrati dove il lato di ognuno è dato dalla somma delle misure dei lati dei due precedenti: si realizza un’infinita serie di rettangoli in modalità frattale al cui interno è iscritta una Spir