Conoscenza carnale

Conoscenza carnale sono le parole che la Bibbia usa per parlare della sessualità. La sessualità è conoscenza che necessita della carne, non è solo un modo per conoscere l’altro ma è un modo per conoscere noi stessi. Quando abbiamo dubbi sulla nostra sessualità, abbiamo sofferenza. Noi siamo sempre maschi o femmine, quando abbiamo due anni, quando scegliamo i giochi, quando scegliamo i vestiti o i film. Anche nel guardare una bottiglia siamo maschi o femmine, come sanno bene coloro che disegnano le bottiglie. Impedire ai bambini di essere maschi o femmine in nome di una qualche folle idea di una pretesa e inesistente omogeneità, è una violenza tragica.
La sessualità ci permette di conoscere gli altri. Riconoscere mamma come femmina e papà come maschio. Quando questo non succede, c’è una sofferenza, una fatica.
Io conosco il mio partner conoscendolo nella sessualità. E’ una conoscenza speciale che non c’è nella poesia, non nella prosa, non nella saggistica. C’è nell’incontro tra due corpi.
La conoscenza ammutolisce. È nel tacito che ci si incontra e quindi poi non ci sono parole per descriverlo. L’unica maniera è la metafora.
Toccare un corpo in determinate condizioni è fisiologicamente piacevole. Due persone si toccano e traggono godimento dal toccarsi. Toccare un deretano può essere piacevole (cervello rettiliano), toccare qualcuno, una persona (cervello limbico) è diverso. E’ più divertente toccare una persona. Nel cervello corticale tocco una storia: l’uomo che è con me da decenni. Non voglio un corpo giovane e magro, più bello, ma voglio il corpo del mio uomo, con le cicatrici del tempo e quelle della vita. Quando questo succede, allora si è diventati la coppia piena di luce.
La sessualità è un’esperienza in evoluzione e, quindi, in crescita fino all’ultimo respiro.
Il mio modo di accarezzare è mio speciale, ma dentro ci sono un po’ delle carezze di mio padre e mia madre. C’è la mia storia. Tecnicamente quella di un massaggiatore/trice è migliore, ma non ha significato. Noi a letto ci portiamo non solo un corpo, ma una persona; non solo una persona, ma una storia. Il discorso è lo stesso del mobilio. Un tavolo in formica prodotto in serie è più comodo e più igienico di un vecchio tavolo dell’800, ma preferisco quello dell’800, che è un pezzo unico. I pezzi unici, in realtà, non hanno prezzo, perché il loro valore è enorme.
Dove si va con una persona senza mai costruire una storia, quando non si va mai oltre il qui e ora dell’incontro, poi manca qualcosa. L’amore usa e getta è di una noia abissale, bisogna ricorrere a cinquanta sfumature di sadomaso per vivacizzare un po’ una noia abissale. L’amore dove non c’è alcuna speranza che io e l’altro possiamo fonderci in un figlio ha una valenza minore, ha una marcia in meno, è erotismo non sessualità, perché la sessualità è un modo della biologia che presuppone l’incontro di un gamete maschile e uno femminile, così che la creazione continui e si compia la presenza di una creature umana. C’è la bellezza delle cicatrici. Che bellezza e storia siano sinonimi è già, quindi, stato ipotizzato dagli antiquari.
E qui si arriva al punto più alto: la trasfigurazione. Quando amiamo qualcuno lo troviamo bello. Qualcuno è bello e, quindi, lo amiamo. Questo amore descritto nella maggior parte delle narrazioni è sicuramente il più facile, ma non è il più grande. Cosa ce ne facciamo dell’amore di qualcuno che ci ha dato il suo amore sol perché eravamo perfette/i? Può essere interessante per cominciare, ma – prima o poi – si deve passare alla trasfigurazione: io ti amo e, quindi, ti vedo bello, qualsiasi sia il tuo peso, qualsiasi sia il numero di cicatrici, nonostante le amputazioni. Questo genera la prima gioia estatica e quindi ineffabile: o trasfigurati o tristi.
Un elemento fondamentale della propria felicità è l’amore coniugale. Meglio essere in due, perché, se uno cade, l’altro può aiutarlo a rialzarsi.
L’uomo non è stato fatto per vivere solo e la donna nemmeno. L’amore coniugale è difficile, credo sia il prodotto più difficile tra le interazioni umane ed è quello che si attua dopo i primi venti o trent’anni, ha bisogno di un po’ di rodaggio. All’inizio, è facile che ci sia la difficoltà ad adattarsi ad un altro che ha abitudini diverse, ha una maniera diversa di schiacciare il dentifricio, usa marche diverse di dentifricio, è evidente che la nostra è migliore, dispone di un padre e una madre i quali non sempre hanno mollato la presa, ma quando tutto questo si supera, quando si arriva all’età magnifica dei quaranta, cinquanta, sessant’anni e poi settanta e gli ottanta, allora, se l’amore coniugale ha funzionato, se la tenerezza ha sostituito la passione inglobandola, allora lì si raggiunge la gioia. Noi dobbiamo costruire la nostra gioia, ma dobbiamo costruire l’amore coniugale, vale la pena di battersi per questo miracolo. Vale la pena di dire, ma no, questo litigio non è così importante, sì quell’uomo è molto bello, sarebbe bello avere un’avventura, ma non sarebbe nemmeno così speciale, tutto sommato, ci sono i figli, vale la pena di costruire l’amore coniugale, perché è veramente quello il dono. La vecchiaia è magnifica se si è diventati più saggi, se non si è diventati più saggi è un castigo di Dio. E’ vero, abbiamo perso di forza, di efficienza, stendiamo un pietoso velo sulla memoria, chissà dove ho messo le chiavi della macchina, prima non perdevo mai niente, ho le rughe, la pancia, capelli bianchi.
Io ho sessant’anni (al momento 63), non sono una ventenne con quarant’anni di troppo. Ho sessant’anni e i miei sessant’anni sono stati magnifici, perché mi hanno insegnato la saggezza che, da giovane, non avevo; l’amore per la vita, che da giovane non avevo; sono fiera delle mie rughe. Se questo passaggio non si ha, allora la vecchiaia diventa una cosa intollerabile, sgradevole e passo il tempo a nasconderla sotto chirurgia estetica.


Foto di copertina: https://rodiagnusdei.wordpress.com/2013/02/09/david-platt-song-of-solomon-2/ e testo dal Cantico dei Cantici