Concetto Antropologico a chi?

C’E’ ANCORA CHI SOSTIENE CHE LA MADRE SIA SOLAMENTE UN CONCETTO ANTROPOLOGICO ?

Come tutti gli aspiranti genitori adottivi anche io e mio marito siamo stati sottoposti alla consueta raffica di colloqui. In uno di questi, lo psicologo ci chiede quale sia stato il giorno più bello della nostra vita: senza esitazioni, quasi sovrapponendoci, “il matrimonio” risponde mio marito, “il giorno della mia laurea” rispondo io. Lo stesso psicologo, nel colloquio successivo mi chiede se per qualsiasi problema del minore, sarei stata disposta a lasciare la mia professione di neurologa e titolare di guardia medica. Tra le lacrime rispondo “sì” e l’emozione afferra anche il mio interlocutore che, visibilmente scosso, sobbalza sulla poltrona; ci ripete anche più volte, ma a me sembra persino scontato, che prima di tutto viene il diritto del bambino ad avere una famiglia e non il nostro desiderio (bei tempi, quando ancora si pensava che il bambino fosse davvero un soggetto..).

E’ una notte di Luglio. Nel bar dell’ospedale incontro una collega che mi dice che deve scappare per andare a vedere un bambino di 1 mese che è stato adottato a soli 15 giorni di vita; mentre si allontana fa in tempo a dirmi : “non immagini…è come se fosse suo..”, riferendosi alla madre adottiva. Penso a quanto sarebbe bello poter vivere la stessa esperienza. Dopo 1 mese preciso nostra figlia è a casa; ha solo 17 giorni. Al mattino seguente dalla sua culla escono in successione due risate grasse, sonore, incredibili per un corpicino quasi diafano come il suo: anche lei sente di essere finalmente a casa. Lei che, come ci avrebbero raccontato successivamente le infermiere, aveva trascorso tutti i giorni precedenti in un pianto continuo e inconsolabile.

Sono fortunata; il mio incarico di titolare mi consente di accudirla per i primi 5 mesi di vita. E’ qui che si costruisce il mio rapporto con lei : passo le ore a coccolarla, a guardarla, a parlarle, a cantare, a giocare con lei, mentre lei non mi perde di vista neanche un secondo. Anche in piena notte, durante la poppata delle 4, le sorrido e lei spalanca la sua grande bocca; aver visto mia madre accudire 5 fratelli dopo di me, mi serve più di qualsiasi testo di puericultura.

Ma neanche tutte queste attenzioni sono sufficienti; a 1 mese e mezzo cominciano le coliche. E’ un pianto ininterrotto, dalle 2 del pomeriggio fino alle 6 e mezzo, 7 della sera; non c’è alcun modo per consolarla, se non quello di metterla stesa, prona sulla mia pancia, per ore e ore. Pian piano mi accorgo che non sono le classiche coliche digestive, non ne hanno i sintomi e non rispondono a nessun criterio terapeutico: sono quelle che comincio a chiamare “le sue colichette amorose”. Vuole stare sopra di me, vuole sentire il mio grembo, il mio calore; devo rimanere preferibilmente stesa o, al massimo, semiseduta: solo così gradualmente si calma, apre i pugni e si addormenta. Guai se provo a spostarla o mi siedo perdendo il contatto: ricomincia il pianto che nel giro di pochi secondi diventa disperato.

Quando in Febbraio, a 6 mesi, devo lasciarla con la nonna per riprendere le guardie notturne in ospedale, al mattino per ignorarmi gira lo sguardo o fa finta di dormire. Ma nel giro di 1 mese e mezzo si convince che il mio non è un nuovo abbandono, perché ogni volta mi vede ritornare, fin quando, il 28 Marzo, aspettandomi sul pianerottolo in braccio alla nonna, mi vede, flette il corpo in avanti, protende le braccia e pronuncia il fatidico “ ma-mm-ma”.

Prima ancora che compia 1 anno, dopo giorni e notti di dubbi e riflessioni, sono costretta a lasciare questo lavoro stabile così duramente conquistato, perché nei lunghi tragitti di spostamento, non fa altro che vomitare e questo incide sulla sua crescita ancora stentata.

Mi ritaglio solo un piccolo spazio di frequenza ospedaliera che mi permette di continuare la pratica ambulatoriale e di affinare la mia esperienza in Neurofisiopatologia, fin quando, a 21 mesi, inizia a conoscere il Nido, che comincia a frequentare regolarmente all’età di 2 anni. L’inserimento si svolge senza particolari problemi e questo mi rasserena perché la bambina sembra aver sviluppato quello che Bowlby definirebbe un “attaccamento sicuro” e mi permette di accettare un incarico come specialista presso una clinica privata.

A 3 anni la maestra dell’asilo insiste per un colloquio privato, segnalando un ritardo nell’acquisizione del linguaggio verbale; da parte mia sono tranquilla: il suo linguaggio non verbale è ricchissimo ed efficace, la sua capacità di comprensione è perfetta e la sua intelligenza sociale le permette di relazionarsi con gli altri senza entrarvi in conflitto, sviluppando precocemente legami sia amicali che affettivi. Addirittura riprende anche la maestra quando non segue l’ordine sequenziale dei giochi; mi attrezzo comunque con registratori, libri e canzoncine, ma il vero scatto maturativo lo trova finalmente nella figura di Heidy, nella quale, evidentemente, si identifica. Si attivano i suoi neuroni a specchio e il suo apprendimento per imitazione; per la prima volta si ferma davanti al televisore e approfondisce il valore delle relazioni, non più rivolte solo al numero, ma anche alla loro qualità e, nel giro di 1 anno, diventa una macchinetta parlante che non teme neanche il confronto con gli estranei.

Anche alle elementari si riaffaccia il mantra del bambino adottato: un albero da cui pendono le varie etichette di ADHD, disturbi specifici e non dell’apprendimento, etc: Imperversa l’incubo del metodo globale di letto-scrittura, ma noi rispondiamo integrandolo con quello fono-sillabico, peraltro già precedentemente iniziato. Una fatica impervia, ma senza alternative, tesa piuttosto a puntare, sulla scia di quanto già sostenuto dalla Montessori, alla necessità di esercizio, disciplina e autocorrezione.

All’inizio della seconda elementare, in attesa di un mio intervento chirurgico presso l’Istituto Tumori di Milano, lascio la clinica privata per dedicarmi di nuovo interamente a lei. Infatti un pomeriggio le dico: “ora tu e la mamma ricominciamo tutto daccapo”. Lei, obbediente, capisce e senza chiedermi nulla, mi guarda e mi prende per mano, come se avesse aspettato questo momento fin dal primo giorno di scuola.

Davvero posso dire che l’apprendimento nasce in primo luogo da una relazione personale, fiduciosa e cointenzionale, che richiede un IO e un TU, un rapporto che non può realizzarsi nelle nostre classi sempre così sovraffollate.

Dopo 4 5 mesi raccoglie i primi successi e, a Maggio, dopo il mio intervento chirurgico, la maestra si complimenta con noi. Rimane, comunque, tutto il peso di queste prime frustrazioni e lei ha bisogno di essere ancora costantemente sostenuta e “rinforzata” dal punto di vista psicologico. L’unico vero problema è l’angoscia che le deriva da quella ferita ancora sanguinante dell’abbandono, in grado di produrre, specie nelle prove scritte in cui si sente nuovamente sola, insicurezza smarrimento e bassa autostima, che lei, fortunatamente, sa ben nascondere grazie alla sua spiccata intelligenza sociale.

Avverte molto la mancanza di un fratellino e ci viene concessa di nuovo l’idoneità per una seconda adozione che si infrange, però, contro una serie di problemi personali e familiari. Nel frattempo, inizio a lavorare come pediatra con particolare attenzione ai problemi di tipo neurologico dell’età evolutiva, mentre lei esce dalle elementari con la media dell’otto.

La scuola media trascorre senza particolari problemi e, in corrispondenza dell’ultimo anno ritengo sia sufficientemente autonoma, tanto da permettermi di affrontare un incarico presso un servizio di Neuropsichiatria Infantile.

In questo nuovo contesto tutte le mie aspirazioni, da sempre coltivate, di aiutare i bambini più fragili, naufragano davanti all’esigenza di soddisfare prima di tutto le richieste burocratiche. A nulla valgono tutti i miei sforzi di iniziare prestissimo l’orario di lavoro, di prestare servizio anche il sabato mattina senza retribuzione aggiuntiva e di portare a casa tutto l’onere organizzativo di ben 6 centri diversi, senza poter ottenere, ad esempio, nemmeno un “aiuto compiti” per una bambina che, avvinghiandosi alle mie gambe, domanda solo di essere aiutata nel suo rendimento scolastico.

Mi trovo di fronte all’ennesimo bivio: da una parte la prospettiva di proseguire l’incarico con le promesse di un avanzamento di carriera, aumentando le ore lavorative da 25 a 40, ma con la certezza di realizzare troppo poco rispetto a quanto avrei voluto. Dall’altra, lasciare a se stessa la famiglia, con mio marito costretto a lavorare 12 ore al giorno, nonostante un recente intervento cardiochirurgico e mia figlia che, sentendosi ancora una volta abbandonata, ricomincia a peggiorare a scuola, proprio mentre deve prepararsi per l’esame di terza media.

Decido di nuovo di lasciare tutto per rimanere coerente con la mia scelta di sempre di mettere la famiglia al primo posto. Riusciamo così a recuperare il tempo perduto e nostra figlia si iscrive al liceo, dove mi rendo subito conto di quanto sia stata necessaria la mia scelta. Durante i 5 anni si susseguono continui avvicendamenti degli insegnanti, anche più volte nello stesso anno scolastico, i programmi sono frammentati, vasti e sottoposti a numerose e inesorabili verifiche. Dei 30 studenti ne arrivano in corso a fine liceo solo meno di un terzo, entro il quale fortunatamente e faticosamente, lei rientra, diplomandosi comunque con un voto alto.

Questo risultato accresce in maniera importante la sua autostima e le permette di affrontare l’Università con maggiore autonomia: le darò un aiuto solo per gli studi filosofici che costituiscono la mia passione e che sono finalmente completi e approfonditi, senza la limitazione dichiaratamente marxista dell’insegnante del liceo.

Oggi, se penso a questi anni appena passati, posso dire che l’esperienza di madre adottiva mi ha arricchito sotto ogni punto di vista, portandomi ad esplorare e attraversare gli abissi di un dolore che può essere lenito solo da tanto amore e dalla consapevolezza di essere stati voluti a tutti i costi da Dio, che ha un progetto per ognuno di noi.

Non scorderò mai la frase pronunciatami durante un colloquio in ambulatorio, da un bambino dodicenne adottato a 5 mesi di vita: “quella mamma rimane sempre dentro di me…”

E non scorderò mai neanche ciò che ho vissuto in un anno di esperienza come medico volontario in un reparto oncologico, quando senti che l’ultima parola che esce dalla bocca dei malati terminali è tanto spesso “mamma…”.

Non si può mai recidere, né cancellare completamente, questo legame ancestrale che nasce col concepimento e si protrae per tutta la vita. Non provate a chiamarlo “concetto antropologico” e a inserirlo nel vocabolario del pensiero unico insieme ai vari sessismo, femminicidio, omofobia, islamofobia.

Non ve lo permetteremo.

Brigata Chesterton