Breeders (storie di donne e del commercio di uteri)

Il Center for Bioethics and Culture Network (CBC)  è un’organizzazione no-profit che si occupa di temi etici (soprattutto quelli che coinvolgono i bambini) attraverso documentari, saggi, conferenze, interviste, ecc.

In questi anni ha prodotto cinque documentari,   tre dei quali riguardano la riproduzione assistita attraverso terze parti. Si tratta di  Anonymous Father’s Day (2011), dedicato alla riproduzione attraverso sperma di donatore anonimo; Eggsploitation (2013), dedicato alla vendita di ovuli; Breeders: A Subclass of Women? (2014), dedicato alle madri surrogate. I film possono essere o affittati (e quindi saranno visibili in streaming per un giorno sul proprio computer) o comprati, sia sotto forma di DVD o sia sotto forma di streaming che potrà essere visibile sul proprio computer in qualsiasi momento. Dei tre, solo Eggsploitation è disponibile in italiano. Gli altri due sono in inglese e senza sottotitoli.

Il trailer del documentario che verrà tradotto da ProVita.

L’ultimo documentario della serie dedicata alla riproduzione assistita attraverso terze parti è Breeders: A Subclass of Women? (Fattrici: una sottoclasse di donne?) che si occupa di maternità surrogata (detta anche GPA: gestazione per altri).

La maternità surrogata è probabilmente il tema che, all’interno della riproduzione assistita, solleva più interrogativi etici di tutti, per diversi motivi.

Prima di tutto abbiamo una donna che viene utilizzata (come dice il titolo) come fattrice, incubatrice. Il termine madre, ad esempio, non viene mai utilizzato per queste donne, che vengono chiamate o surrogate o “gestational carrier” (contenitore gestazionale). E il motivo per cui le donne si prestano a servire da surrogate è invariabilmente il bisogno di soldi, e questo vale sia per i paesi più poveri che per quelli più ricchi. Abbiamo quindi delle coppie ricche che sfruttano la condizione di necessità di alcune donne per utilizzarle come fattrici.

Negli USA, ad esempio, molte delle madri surrogate sono mogli di militari, le quali, in genere, si sposano e hanno figli da giovani (le surrogate più “quotate” sono quelle che hanno già avuto figli, perché così possono dimostrare di essere in grado di portare a termine una gravidanza) e hanno entrate basse, con i mariti spesso lontani. In questo modo possono guadagnare fino a 20/30mila dollari restando a casa coi figli.

C’è poi tutta la questione della separazione del bambino dalla donna che lo ha portato in grembo per nove mesi. Secondo i sostenitori della GPA, tra la madre e il feto non si crea alcun legame e i bambini non capiscano chi sia la loro vera madre. Di conseguenza la separazione non avrebbe alcuna conseguenza. Insomma, il bambino viene visto come una sorta di corpo estraneo all’interno della donna. I contrari, invece, affermano che tra la madre e il nascituro si crea un legame prenatale, la recisone del quale è sempre fonte di traumi sia per il bambino che per la madre. Nancy Verrier, ad esempio, una psichiatra che si occupa da anni di bambini adottati e delle loro famiglie, sostiene (nel suo libro La ferita primaria) che la separazione dalla propria madre, anche e soprattutto quando avviene in tenerissima età, è una ferita che solo con grandi cure e attenzioni si potrà rimarginare.

Nel discorso sulla GPA si parla solo dei desideri e dei bisogni degli adulti, senza tenere in nessuna considerazione i bambini, anche perché non ci sono studi sui danni e breve e lungo termine sui bambini o su chiunque coinvolto nel processo. Si sta davvero facendo l’interesse del bambino?

Negli USA, inoltre, dal punto di vista legislativo si ha una condizione che nel documentario viene definita “di far west”, cioè di caos totale, poiché non ci sono leggi adeguate e spesso ci si deve rifare alle leggi sull’adozione. Non c’è infatti una legislazione federale e ogni stato decide per sé (proprio per questo motivo, gli Usa sono secondi solo all’India nel mercato della GPA). La donna che partorisce, ad esempio, può essere considerata la madre del bambino? E se la risposta è no, quali sono, quindi, i criteri per stabilire se una donna che partorisce è la madre del bambino partorito o no?

Come nota Mona Lisa Wallce, avvocato del National Organisation for Women, in tutto ciò domina l’aspetto della commercializzazione della vita, poiché si paga per avere un figlio. Come si sentirà quel bambino se e quando scoprirà di essere stato “prodotto”, venduto e comprato?

I produttori del film si erano recati anche in India, per realizzare un documentario sulle madri surrogate locali, ma durante le interviste l’agenzia che si occupava delle donne si rese conto che il documentario era interessato soprattutto agli aspetti etici della maternità surrogata e che quindi c’era il rischio che mettesse la pratica in cattiva luce. I rappresentanti dell’agenzia, quindi, si impossessarono del filmato e danneggiarono le telecamere. Il giorno seguente vennero tentate nuove interviste, ma apparve subito chiaro che le donne erano state istruite a dire solo cose positive sulla loro esperienza e i rappresentanti dell’agenzia restarono tutto il tempo nelle vicinanze.

Il documentario ci presenta poi diverse storie di madri surrogate che si sono pentite della loro scelta.

All’età di vent’anni Heather decise di diventare madre surrogata, in modo da avere i soldi necessari per mantenere i suoi due figli. In questo modo sarebbe potuta rimanere a casa con loro, senza dover stare via tutto il giorno per lavorare e allo stesso tempo avrebbe potuto aiutare una coppia ad avere un figlio.

Si iscrisse quindi su un sito di maternità surrogata e venne contattata da una donna che viveva dalle sue parti, che aveva lo sperma del marito e aveva acquistato degli ovuli. Quella sua prima gravidanza surrogata fu per lei un’esperienza fantastica e partorì due gemelle. Dopo un anno Heather ebbe un’altra figlia e dopo un paio d’anni, in previsione delle spese future per la bambina, decise di fare di nuovo da surrogata e venne contattata da un’altra coppia della sua zona. Purtroppo verso l’ottava settimana perse il bambino, ma insieme alla coppia decisero di andare avanti e le vennero impiantati due nuovi embrioni, di sesso maschile. Dopo un paio di mesi, però, scoprirono che uno dei due feti era morto e l’altro aveva dei danni cerebrali alla parte sinistra del cervello, anche se, secondo i medici, avrebbe comunque potuto condurre una vita tutto sommato normale. I genitori del bambino decisero per l’aborto, ma Heather non se la sentì e la coppia le disse che in ogni caso loro il bambino non l’avrebbero preso. Sia lei che l’altra coppia si procurarono un avvocato, mentre, nel frattempo, un’altra coppia si fece avanti dicendo che voleva il bambino, poiché già ne aveva un altro con lo stesso disturbo. Alla trentacinquesima settimana iniziò il travaglio, per cui Heather chiamò la donna che originariamente doveva prendere il bambino (la madre biologica, quindi) e le chiese se poteva recarsi lì, ma le rispose che era impegnata. Dopo circa venti ore le chiese di nuovo se poteva venire in ospedale, ma stavolta la donna le rispose che stava male e che però il marito era rimasto nella sala d’attesa per tutta la notte. Alla fine Heather partorì il bambino, assistita dal padre biologico, e prima che l’altra coppia lo portasse via riuscì a vederlo per qualche secondo. Da allora Heather non ha più avuto sue notizie, ma continua a pensare a lui ogni giorno.

Anche Tanya decise di fare da surrogata spinta dal desiderio di aiutare chi non poteva avere figli: avendo già due figli suoi, sapeva quanto l’essere genitore potesse essere bello. Scelse quindi di fare da surrogata per una coppia gay, pensando che in questo caso la separazione dal bambino sarebbe stata più facile. Decise inoltre di utilizzare i suoi ovuli e non quelli di una donatrice, poiché sapeva che in quest’ultimo caso avrebbe dovuto prendere delle medicine e la cosa non le andava. Durante la gravidanza, però, cominciò ad avere dei ripensamenti e a mettere in discussione la sua scelta, perciò si iscrisse ad alcuni forum e gruppi di maternità surrogata, esprimendo lì i suoi dubbi, ma le reazioni che ricevette furono molto negative.

Le venne detto di stare zitta e alla fine i suoi commenti furono cancellati e lei stessa fu bannata. Fu solo dopo la nascita della bambina, vedendo che le sue due figlie le si erano già affezionate, che Tanya si rese conto che separarsi da lei non sarebbe stato così facile come preventivato. Dopo cinque giorni dalla nascita la bambina le venne portata via e da quel momento iniziò ad avere coliche e a piangere ogni notte e Tanya la rivide solo un paio di mesi dopo, in occasione del battesimo. Quando poi ebbe sei mesi i due genitori lasciarono la città e per diversi mesi Tanya non riuscì a rintracciarla, per cui si affidò a un investigatore privato e alla fine si arrivò in tribunale (qui il documentario non è chiaro circa gli accordi tra lei e la coppia gay). Tanya conclude il suo racconto con un episodio risalente a quando la bambina aveva cinque anni. In quel periodo la bambina era molto concentrata sull’aspetto fisico suo e della madre. “Abbiamo gli stessi capelli, abbiamo gli stessi occhi,” diceva. “Questo l’ho ripreso da papà e questo da te.” Era così quasi ogni giorno. Gli altri tre figli di Tanya, invece, le somigliano molto meno. E un girono la bambina le disse: “Abbiamo gli stessi capelli, abbiamo gli stessi occhi. Perché a me mi hai dato via e hai tenuto gli altri figli?”.

Gail, invece, venne convinta a fare da surrogata per il fratello e il suo compagno. Poiché aveva quarant’anni, vennero comprati degli ovuli e lei si spostò dal Texas al New Jersey. Nel momento in cui la gravidanza iniziò (una gravidanza gemellare), però, il rapporto tra lei e il fratello precipitò. Il fratello continuava a offenderla, ripetendole che era grassa, pigra, e voleva che pagasse l’affitto della casa. Quando lei gli fece notare che con tutto lo stress che stava subendo c’era il rischio che la gravidanza non andasse bene, lui le rispose “Troverò qualche altra stupida donna per avere i miei bambini”. Nei mesi successivi Gail ingrassò molto e si sentiva sempre stanca. Una notte si svegliò all’improvviso: non poteva respirare e non riusciva a vedere bene le cose intorno a lei, nemmeno i numeri sulla tastiera del telefono. Chiamò aiuto e venne portata in ospedale, dove perse conoscenza e le venne praticato un parto cesareo con due settimane di anticipo rispetto al termine della gravidanza. I medici le dissero che aveva rischiato di morire. La relazione col fratello era ormai peggiorata e lei non aveva né soldi, né lavoro, né un posto dove vivere e le veniva impedito di vedere i figli. L’avvocato le disse però che in ogni caso la madre era lei e quindi nessuno poteva toglierle il diritto ai figli. Al momento può vederli un fine settimana sì e uno no, ma non è coinvolta nella loro vita e in nessuna decisione che li riguardi.

Durante la battaglia legale per la custodia dei bambini, l’avvocato del fratello disse “Occorre cambiare la legge. La legge deve riconoscere che certe donne saranno usate come fattrici”.

La storia di Cindy è piuttosto strana. Un giorno il suo amico, Marvin, le chiese “Che ne diresti di stare a casa e fare la mamma?”. Fra i due non c’era mai stata un’intesa romantica, ma entrambi desideravano avere figli. Lei quindi sarebbe stata a casa coi loro bambini e lui avrebbe provveduto coi soldi. Poiché non era più giovanissima, le venne raccomandato l’uso di ovuli da una donatrice. Il primo tentativo non andò a buon fine, ma provarono di nuovo e stavolta rimase incinta di due gemelli. A quel punto Marvin la portò da un avvocato e le fece firmare un contratto, nel caso, disse, succeda qualcosa durante la gravidanza. Tra le altre cose, nel contratto c’era una frase che diceva che lei non aveva ricevuto alcun compenso per la sua “maternità surrogata” e questa cosa la stupì molto, poiché con Marvin non avevano mai parlato di surrogata. Dopo la nascita dei bambini, infatti, un’infermiera le disse “Da quello che ho capito abbiamo un caso di maternità surrogata” e Cindy continuava a non capire, poiché era convinta di essere la madre a tutti gli effetti. L’infermiera allora le spiegò che Marvin e il suo compagno (di cui Cindy non conosceva l’esistenza) le avevano detto che lei stava facendo da surrogata per loro. Marvin si servì quindi del contratto per togliere i bambini a Cindy, la quale al momento, grazie all’intervento di un avvocato, può vederli tre volte a settimana.

Nel documentario c’è anche la testimonianza di Jessica, un “prodotto della maternità surrogata”, come lei stessa si definisce. Suo padre è il suo padre biologico, mentre la madre no e con lei non ha mai avuto un legame molto forte, anche se inizialmente non capiva perché. A ventisei anni scoprì la verità ed ebbe modo di conoscere la madre biologica. Jessica dice che chi è nato con la surrogata ha il cartellino del prezzo attaccato, poiché è stato comprato dalla propria famiglia, e in fin dei conti è un prodotto. Anche lei sostiene, come le altre donne intervistate, che gli unici bisogni che si tengono in considerazione sono quelli degli adulti, mentre quelli dei bambini vengono del tutto messi da parte.

Emanuela

Dal Blog di Enzo Pennetta

Sorgente: Breeders (storie di donne e del commercio di uteri)

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