Alla radice dell’ideologia gender – La scuola di Francoforte – II Parte

SECONDA PARTE

E’ un tratto tipico delle ricerche della Scuola di Francoforte l’idea secondo la quale l’individuo sarebbe costretto a rinunciare alla sua libera creatività per assoggettarsi alla logica sociale del potere autoritario.

“La ricerca delle origini della repressione ci riporta all’origine della repressione degli istinti, che ha luogo durante la prima infanzia”, afferma Marcuse (Eros e civiltà, Einaudi, 1974, p. 96): all’origine dei rapporti di dominio ed oppressione ci sarebbe, per i francofortesi, proprio la famiglia in quanto – come Freud aveva spiegato – il luogo in cui avviene il processo di interiorizzazione inconscia della figura paterna, simbolo per eccellenza dell’autorità.Attraverso questo processo il bambino impara inconsciamente a sottomettersi e a rispettare il principio di autorità ed è così indotto ritenere che la gerarchia sociale e la divisione dei ruoli siano dati naturali e non invece – come le scuole marxiste sostengono – forme tipiche di una particolare condizione socio-economico-culturale.

La famiglia, in questo modo, riproduce la struttura di potere della società, sia sotto l’aspetto giuridico che sotto quello affettivo, e per questo viene comprensibilmente ad essere il primo obiettivo polemico della Scuola di Francoforte. Il centro del bersaglio è costituito dai concetti di struttura, ordine, complementarietà relazionale, ai quali vengono opposti i concetti di destrutturazione e dis-ordine, liberazione, autonomia dell’io, in una sorta di esaltazione del solipsismo edonistico che porta inevitabilmente ad ipostatizzare un soggetto assoluto al quale tutto dovrebbe essere ricondotto e sottomesso: anche il prossimo, anche il bambino, nella sua irriducibile alterità.

La polemica contro la repressione sociale dell’individuo – concetto dal quale prende avvio tutta una serie di posizioni filosofiche ed antropologiche che confluiscono in modo diretto o indiretto nei gender studies – ha trovato la sua espressione più significativa in Herbert Marcuse, uno dei padri più ascoltati della protesta giovanile del sessantotto. In “Eros e civiltà”, del 1955, Marcuse sostiene che l’intera civiltà si sarebbe sviluppata come attraverso la repressione delle passioni e degli istinti, in particolare della ricerca del piacere. La società, incentrata sulla produzione e sullo sfruttamento, avrebbe ridotto l’uomo ad un “essere-per-la-riproduzione”, reprimendone di conseguenza la libera sessualità e riducendola a puro fatto procreativo (e quindi ancora una volta produttivo-utilitaristico). Che fare allora? Marcuse indica la via di salvezza nella ribellione. E, sempre per Marcuse, la perversione è la principale forma di ribellione della sessualità: “le perversioni – afferma il filosofo in “Eros e civiltà” – sembrano opporsi  all’intero asservimento del principio del piacere al principio della realtà”.

Sempre nella stessa opera afferma poi Marcuse: “La civiltà si tuffa in una dialettica distruttiva: le restrizioni perpetue imposte all’Eros finiscono con l’indebolire gli istinti di vita, e così rafforzano e liberano le forze stesse contro le quali esse furono chiamate in campo, le forze di distruzione” (Eros e civiltà, Einaudi, 1974, p. 87). Se poi si tiene conto che “La nostra civiltà, per parlare in termini generali, è fondata sulla repressione degli istinti. La civiltà è innanzitutto progresso del lavoro […]. Poiché la civiltà è principalmente opera dell’Eros, essa è innanzitutto sottrazione di libido: la cultura ricava una gran parte dell’energia psichica di cui ha bisogno sottraendola alla sessualità”, risulta chiara la conclusione dello stesso Marcuse: “Distruggete tutto ciò in cui avete creduto finora, buttate a mare tutto ciò che fino a ieri rappresentava il basamento della vostra vita: vi sembrava granito e non era che pietra pomice, vi sembrava eterno ed è invece friabile e inutile”.Si può ipotizzare che la legittimità – in qualche caso l’esaltazione maniacale, palesemente frutto di disagio psichico – che oggi viene aprioristicamente attribuita ad ogni forma di sessualità tragga le proprie origini proprio da questa concezione (abbiamo a questo proposito alcuni esempi significativi, come per esempio il caso della giovane che fa sesso col suo cane, della “scienziata” che si accoppiava con un delfino, per non parlare poi delle lucidissime proposte di alcuni politici nostrani.

Il sovvertimento di tutti i valori, la negazione di ogni vincolo, l’affermazione di una individualità assoluta e libera da ogni condizionamento: sono questi i presupposti per la liberazione dell’uomo e la realizzazione di un mondo nuovo, fondato sul piacere e sul libero godimento di sé e degli altri.

A questo progetto fa eco Horkheimer – altro maestro, insieme ad Adorno, della Scuola di Francoforte – che in un’intervista ha dichiarato: “Il mondo finito e contingente in cui viviamo è l’unico di cui possiamo parlare, ma non è necessariamente l’unico esistente e comunque non basta”. Non è necessariamente così come si dà. E comunque non basta. Il mondo va insomma re-interpretato e re-inventato di sana pianta. Tesi che si collega direttamente al motivo dominante nei gender studies: la differenza ontologica tra uomo e donna non è un dato reale ed oggettivo, ma il frutto di una sedimentazione culturale.

Uno stereotipo, come tanti: una credenza che deriva dalla tradizione culturalmente impressa e dall’educazione che da essa deriva e come tale tramite l’educazione può essere modificata; un cumulo di luoghi comuni, opinioni non necessariamente vere che dipendono dallo spazio e dal tempo in cui si sono depositate. Occorre invece fare spazio ad un nuovo modello, liquido e policentrico, una nuova creazione che liberi l’io da ogni condizionamento: per questo motivo “prima” occorre distruggere tutti i valori, a partire dalle filosofie e dalla religione che questi valori incarnano. E’ evidente, a questo proposito, l’influenza di un altro gigante del relativismo occidentale: Friedrich Nietzsche.

Si spiega così il motivo di tanto accanimento moderno contro il Cristianesimo. In un altro intervento provocatorio avevo sollecitato l’utilizzo di termini quali: eterofobia, normofobia, genofobia e paidofoba. A questi si deve senz’altro aggiungere la cristianofobia. Il bersaglio critico della Scuola di Francoforte – com’è stato già anche per Nietzsche – era anche il Cristianesimo. Ancora oggi, del resto, si ritiene che il Cristianesimo soffochi l’uomo, lo indebolisca (come dicevano nell’antichità Proclo, Porfirio e Giamblico, nella modernità Machiavelli e poi nella post-modernità Nietzsche, Freud e Marx). Il neopaganesimo e il naturalismo post-moderni e attuali (derivati dalla Scuola di Francoforte e dallo strutturalismo francese) riprendono quest’accusa dell’antichità pagana e della modernità immanentistica. Come in origine, la tentazione è quella di concepire l’uomo come un assoluto, completamente autonomo e senza alcuna relazione con un Dio personale e trascendente: egli è sottomesso ad un destino cieco che lo determina  e che deve affrontare impassibilmente.

Per questo dobbiamo ricordare ancora e tenere sempre a mente che l’ambito relativista e nichilista entro il quale si muovono tutte queste spinte centripete che muovono alla dissoluzione dell’uomo ha una storia lunghissima. Ne abbiamo anticipato in sintesi qualche prospettiva. E’ infatti stato così anche agli albori della storia del pensiero occidentale, quanto Protagora ha per primo affermato che “l’uomo è misura di tutte le cose”, e ben prima dell’avvento del Cristianesimo. A nulla sembrano essere valse le potenti e luminose critiche di Platone e Aristotele, in quanto il Relativismo e lo Scetticismo ad esso correlato non sono solo una dottrina filosofica, ma una tentazione, una malattia dell’anima.

Se si fosse trattato unicamente di una posizione filosofica, sarebbe stata già definitivamente spazzata via da un pezzo, sotto i colpi magistrali di Platone, di Aristotele, ma anche di Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, di Leibniz, di Kant e, nel Novecento, di Edmund Husserl o Max Scheler, solo per fare qualche esempio.

Alessandro Benigni

 

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