Noi dobbiamo cercare di essere sempre il più felici possibile, tenendo l’attenzione su quello che ci rende felici.
Quindi oggi vi parlerò di cosa mi rende felice e dedicherò per la seconda volta la giornata di oggi ai vivi e non ai morti. Da quando mio padre davanti alle mura della risiera di San Saba cercò di spiegarmi cosa era successo, avevo circa 8 anni, non è mai passato un intero giorno, lo giuro, in cui  io non abbia pensato almeno una volta ai campi di sterminio.
A questo pensiero con l’aumento delle mie conoscenze storiche se ne sono aggiunti altri: l’orrore per la cosiddetta crociata dei pastorelli, gli ebrei, tutti, anche i neonati, bruciati vivi insieme ai lebbrosi per l’accusa dei aver causato la peste del quattordicesimo secolo.  (i lebbrosi, loro almeno, non sentono il dolore del fuoco, gli ebrei lo sentivano), l’orrore per i roghi di Torquemada, seimila roghi in un unico giorno, per i pogrom, per tutto l’odio, per il disprezzo
Faccio parte di quelli che allo sterminio degli ebrei pensano 364 giorni l’anno, 364 appunto, e non 365, oggi non voglio pensarci, perché la giornata della memoria, oggi, mi lascia sempre più perplessa, mi sembra sempre di più un sistema per rilanciare l’antisemitismo, l’odio contro Israele: verbalizzato anche da molti filosofi o sedicenti tali, Asor Rosa, tanto per non far nomi: quelli in coda davanti alle camere a gas, quelli erano ebrei perbene, con la stigmate della sofferenza, non questi insopportabili israeliani che se qualcuno cerca di ammazzargli i figli prima aprono il fuoco e poi intavolano la discussione su cosa sta succedendo.
Quindi oggi dirò tutto quello che mi rende felice: mi rende felice che contro ogni aspettativa, contro tutti i poteri il sionismo abbia vinto e abbia fondato il suo stato. Sono felice per la bandiera israeliana che sventola su Gerusalemme la città di re Davide, sono felice per le persone che pregano davanti al Muro Occidentale, sono felice per i bambini sulle spiagge di Tel Aviv, sono felice per i campi, per le vigne, per gli alberi di melograno. Sono felice per il deserto del Neghev, che è tutto giallo, e poi improvvisamente esplode nel verde del palmeto, perché c’è il miracolo del Kibbuz. Irrigato con l’acqua desalinizzata del Mar Rosso, il deserto germoglia e fiorisce, l’irrigazione avviene sotto terra, così da non sprecare una sola goccia d’acqua, i melograni e le viti vivono sotto grandi tende così che il sole non le bruci. Sono felice per tutte le famiglie che il venerdì sera accendono le candele e cantano dopo aver trasformato il tavolo della cena in un tempio e per quelle che non lo fanno perché sono laiche e non ne hanno voglia, sono felice per i rotoli dei Talmud che sono al sicuro e non possono più essere bruciati dal papa o dal doge di turno, sono felice per i soldati con le loro armi e i loro carri armati, perché grazie a loro e solo grazie a loro oggi gli ebrei sono al sicuro.
Ha detto l’Ajatollah Khatami, che se non ricordo male è quello moderato, quando l’islam avrà la bomba atomica il problema palestinese sarà risolto (l’eufemismo vuol dire gli israeliani saranno sterminati in un olocausto nucleare, che Vattimo, Dario Fo e il regista francese Godard, tutti i siti no global e tutti gli ammiratori di una cultura di morte saluterebbero con sofferto ma indubbio sollievo).
Aggiunge Khatami, è questo che vuol dire essere una cultura di morte, gli israeliani risponderanno con le loro testate nucleari e ci faranno qualche milioni di morti: siamo un miliardo e duecento milioni di persone, ce lo possiamo permettere.
Questa è la differenza, quando ci fu la crisi di Cuba, l’ambasciatore sovietico e lo stesso Kruschov dissero: non siamo pazzi. Non vogliamo morire.
Perché non dovremmo voler morire, chiede Khatami: chi muore per l’islam va in paradiso.
La notizia è che Israele il problema palestinese è già in grado di risolverlo, per usare l’eufemismo di Khatami, visto che ha la sesta aviazione militare del mondo e che i palestinesi non hanno una contraerea.
La prima differenza tra israeliani e palestinesi è questa: tutte le mattine gli israeliani si svegliano perché i palestinesi e tutti i loro dubbi alleati non hanno potuto ucciderli, tutte le mattine i palestinesi e i loro dubbi alleati si svegliano perché gli israeliani non hanno voluto ucciderli.
Questa è la differenza tra cultura di vita e cultura di morte, tra chi accetta anche di uccidere perché deve proteggere i propri figli e chi uccide per il piacere di farlo e balla per strada mentre i bus scolastici o le torri gemelle sono nel fuoco.
Shalom amici israeliani. Il vostro straordinario e bellissimo inno nazionale vuol dire speranza.
Shalom.
Avete nemici tremendi, ma anche amici, sono tra questi, che in ogni istante senza un attimo di esitazione sono disposti a dare la vita per voi.
Porto sempre su di me la stellina di Davide, è il mio simbolo per questo patto.
Sono disposta a morire per Israele per l’orrore delle persecuzioni subite, persecuzioni di cui la nazione e la religione in cui sono nata sono state in prima linea.
Sono disposta a morire per Israele per ammirazione per la culture ebraica, il Talmud, la Cabala, i libri, la musica, i pittori,gli architetti, gli scienziati.
Sono disposta a morire per Israele per il coraggio con cui questo stato si è formato, solo, senza nessun protettore, meno che mai gli stati europei, meno che mai gli Usa, dove la lobby del petrolio non voleva perdere l’amicizia dei grandi produttori per Israele.
Sono disposta a morire per Israele per la sua compassione, perché se al posto degli Israeliani ci fosse Putin o anche solo Churchill, la risposta israeliana non sarebbe stata nemmeno lontanamente paragonabile a quello che è.
Sono disposta a morire per Israele perché dietro Israele ci siamo noi, noi civiltà occidentale, certo, ma soprattutto noi italiani, visto che Roma è la quarta città santa dell’islam e come la Sicilia appartiene già all’islam.
L’esercito israeliano combatte anche per noi.