La vicenda di Lampedusa ha avuto il merito di chiarire molte cose sulla elezione di papa Bergoglio e (forse) anche sulle dimissioni di Ratzinger. Ma lasciando per un momento da parte quest’ultimo, adesso appare chiaro che si è trattata, per Bergoglio, di una elezione politica, una delle più politiche che si siano date. La Chiesa, immersa in una crisi profondissima, non solo abbandona l’Occidente ma si schiera contro, cercando di mettersi alla testa dell’America Latina, il continente ribollente di umori e di rancori antiamericani e genericamente anticapitalistici. L’elezione di un papa giustizialista (nel senso proprio, argentino, della parola) è l’ultimo, disperato tentativo della Chiesa di trovare una base di un consenso che sta franando da tutte le parti. Si capisce che un teologo come Ratzinger non serviva più, anzi poteva essere controproducente, con le sue velleità di segnare le linee di demarcazione rispetto all’Islam. L’Islam che nella Chiesa di Bergoglio è ovviamente un alleato, anzi il migliore alleato. La disperazione della Chiesa è tale che è anche disposta a rischiare l’islamizzazione di un’Europa che è ormai considerata perduta per la fede cristiana. 
Il populismo della Chiesa, d’altra parte non si trova soltanto in capite, si diffonde ormai anche nelle chiese locali: si veda il duro attacco del Cardinale Betori, arcivescovo di Firenze, contro Renzi, al quale la formazione cattolica non basta per sfuggire alle sfuriate moralistiche dell’arcivescovo. Ma quella di Firenze è storia minore, il nodo è ovviamente Bergoglio e il suo papato giustizialista. Ma filerà tutto liscio, nella Chiesa nordamericana ed europea, tutti accetteranno una linea che rischia di capovolgere equilibri delicati e precari?
 
 
Valentino Baldacci

 

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