L’ALTRO GENOCIDIO

Nel dialetto siriaco occidentale, quello che viene direttamente dall’aramaico parlato da Gesù, si dice “Sayfo”; in siriaco orientale, quello oggi più parlato, la parola è invece Saypa-. Significa letteralmente “spada”, ed è il termine che gli assiri, cristiani di lingua siriaca del Medio Oriente, usano nel senso in cui in ebraico si dice Shoah. Non genocidio, un genocidio, ma il genocidio, il loro: il massacro di almeno 275 mila persone che avvenne nell’allora Impero Ottomano tra 1914 e 1920, in margine al genocidio di altre due importanti popolazioni cristiane autoctone, gli armeni e i greci. Solo che la Grecia ha sempre mantenuto la memoria di quello che ai sensi della storia fu soprattutto uno scambio di popolazione, e poi il massacro dei 375 mila greci del Ponto e l’espulsione di un altro milione e mezzo di greci e cristiani di lingua turca dall’Asia Minore e da Costantinopoli fu nel Trattato di Losanna in parte “compensata” dall’espulsione di mezzo milione di musulmani dal territorio greco. E anche gli armeni, la cui strage fu collocata dagli Alleati a una media di 800 mila vittime tra il minimo di 350 mila riconosciuto dai turchi e il massimo di un milione e mezzo rivendicato dagli stessi armeni, hanno finito per vedere per lo meno riconosciuto il loro dramma. Anche se i crimini contro di loro restano impuniti, e se la storiografia ufficiale turca parla ancora di “scontri interetnici”.
Degli assiri, invece, non sa niente nessuno. Solo lunedì 26 marzo per la prima volta il loro dramma è arrivato al Parlamento europeo: e non direttamente in aula, ma in un convegno ospitato presso la conference room dello stesso Parlamento a Bruxelles. Promotori del convegno le federazioni degli assiri di Germania, Svezia e Paesi Bassi, paesi dove c’è una diaspora influente (35 mila in Svezia, 23 mila in Germania e 15 mila in Francia). Tra gli oratori c’era anche una rappresentanza di eurodeputati lodevolmente trasversale e David Gaunt, uno storico svedese autore di una storia del genocidio dei cristiani assiri, caldei e siriaci nella Mesopotamia settentrionale durante la Prima guerra mondiale: un lavoro pionieristico compiuto integrando fonti scritte turche, russe, tedesche, francesi e arabe con la memoria oralmente tramandata dei sopravvissuti.
Assiri, caldei e siriaci, appunto. I primi sono tecnicamente i membri di quella chiesa di lingua liturgica neo-aramaica che aderiscono a quella teologia nestoriana che nega alla Madonna il titolo di Madre di Dio, ritenendo che in Gesù la componente divina “abitò” in quella umana “come in un tempio”. I caldei sono il ramo della stessa comunità che, mantenendo la propria autonomia organizzativa e liturgica, è tornato in comunione con Roma. E i siriaci, di identica lingua liturgica, risalgono invece alla corrente monofisita, che all’opposto dei nestoriani vede in Gesù la sola natura divina. Anch’essi comunque ora divisi tra una Chiesa siro-ortodossa e una siro-cattolica. Ovviamente queste per i turchi erano solo sfumature: ammazzarono gli uni e gli altri senza farsi troppi problemi. «Un giorno i musulmani raccolsero tutti i ragazzi dai sei ai quindici anni e li condussero al comando della polizia», ricorda ad esempio un passo del memorandum redatto dal Consiglio nazionale assiro-caldeo nel 1922. «Di lì li portarono sulla vetta di una montagna conosciuta come Ras-el Hadjar e li sgozzarono uno a uno, buttando i loro corpi nell’abisso». Nell’aprile del 1915 gli abitanti del villaggio di Tel Mozilt furono massacrati a fucilate: prima gli uomini; poi le donne e i bambini, dopo un’accesa discussione tra ufficiali turchi e ausiliari curdi su cosa farne. Alla fine del 1915 ci fu un battaglione di 8 mila soldati che si guadagnò il nomignolo di “battaglione macellaio” per il modo in cui tolse di mezzo i 20 mila abitanti dei 30 villaggi assiri della provincia di Van. Nel marzo 1918 fu assassinato addirittura il patriarca Mar Shimun XXI Benyamin, capo della Chiesa assira: da un gruppo di paramilitari curdi che gli si erano presentati col paravento di una bandiera bianca. Perfino in Persia gli ottomani sconfinarono a uccidere gli assiri locali: secondo un rapporto inglese, cercandoli nelle case dove i loro vicini musulmani avevano cercato di nasconderli. La maggior parte delle vittime morirono durante interminabili marce di trasferimento verso il deserto, metodo massicciamente applicato anche agli armeni.
Sayfo 1
Metà della popolazione assiro-caldeo-siriaca prima del 1914 viveva nell’attuale Turchia. Oggi non ne restano che 5 mila, sugli 1,6 milioni di unità che conta questa comunità nel mondo. Anche in Iran non ne restano che 10 mila, e il grosso si concentra in Siria (mezzo milione) e in Iraq (800 mila).
Turkish-Annihilation
In quest’ultimo paese infatti si concentrarono gran parte degli scampati alle stragi in Turchia e Iran, e lì gli assiri al momento della discussione dei trattati di pace dopo la Prima guerra mondiale chiesero di poter costituire un loro Stato. Non solo glielo negarono, ma nel 1933 3 mila di loro furono sterminati in un nuovo pogrom in seguito al quale il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, da tempo attivo sul problema armeno, ebbe l’idea stessa della parola genocidio: tragica premonizione, proprio nell’anno in cui Hitler saliva al potere.
Proprio la mancanza di una propria entità politica ha impedito agli assiri di premere a livello internazionale per il riconoscimento del proprio dramma, a differenza di quanto hanno potuto fare gli ebrei grazie alla costituzione di Israele. Ed è significativo che anche del genocidio armeno la consapevolezza sia cresciuta in concomitanza con la conquista dell’indipendenza da parte della ex repubblica sovietica dell’Armenia. Oggi i paesi in cui è riconosciuto il genocidio assiro sono Stati Uniti, Svezia, Francia e Armenia. Anche in Iraq gli assiri stanno oggi acquistando autonomia e consapevolezza, ma sono d’altra parte oggetto degli attacchi degli integralisti. Quanto alla Siria, nel 2004 il regime ha vietato la commemorazione del 7 agosto: anniversario del massacro del 1933, che è però usato dagli assiri come “giorno della memoria” per tutti i loro lutti. Anche solo accennare a ricordarsene può costare un arresto immediato. E vietatissimo è anche sventolare la bandiera assira: sotto l’immagine alata del dio Assur, un sole giallo al centro di una stella a quattro punte azzurre, da cui irradiano quattro nastri tricolore a rappresentare il Tigri, l’Eufrate e il fiume Zab. (Maurizio Stefanini, 12 aprile 2007, qui)
Sayfo 2
Sayfo 3
Sayfo 4
Sayfo 6Sayfo 7

Altre fonti danno un numero di vittime fra 700.000 e 750.000. E il governo turco, in aggiunta all’ostinato rifiuto di riconoscere il genocidio armeno, si è anche diligentemente dedicato alla distruzione dei documenti su quest’altro genocidio (qui, nei commenti). Poi, immancabile ciliegina sulla torta, qualcuno ha provveduto, esattamente un anno fa, a vandalizzare un monumento dedicato alle vittime.
???????????????????????????????
Per fortuna qualcuno combatte attivamente contro l’oblio delle vittime dell’islam, e proprio nella giornata di oggi c’è chi ricorda questo ennesimo genocidio dimenticato.

 

da ilblogdibarbarawordpress

Comments

  1. dovremmo fargli leggere questo.

    Ces territoires devenus Judenrein se préparent, dans le silence concerté des grands de ce monde et des bien-pensants, à devenir Christianrein!

     

    "Mère Agnès poursuit en un appel vibrant au sauvetage du foyer originel du christianisme. Elle appelle à l’aide – fait surprenant – l’Etat d’Israël, qui se doit d’être le recours à la protection de la foi et des croyants.  Un dialogue sans concession s’instaure dès lors avec la salle. Les chrétiens présents se demandent ce que fait le Vatican, ce qu’attendent les chrétiens de par le monde pour attirer l’attention sur ce massacre ignoré. […] Quand elle raconte sa version de la vérité syrienne actuelle, Mère Agnès rencontre le même silence que celui qui occulte les actes démocratiques d’Israël, où des Arabes sont au Parlement à la Cour Suprême et dans toutes les sphères de la société, y compris le Parlement. […] Pour elle, Israël doit rester pour les hommes de foi du monde une lumière, un exemple que pour sa part, dit-elle, elle accepte de suivre sans réserve."

    Josiane Sberro © Primo Info, 25 mars 2013

     (Egalement publié sur le site

    Atlantico

    : Mère Agnès-Mariam de la Croix, cette religieuse accusée à tort de faire la propagande du régime de Bachar al-Assad : autopsie d’un coup fourré foireux, Mère Agnès-Mariam de la Croix, Supérieure du couvent de Saint Jacques l’Intercis, en Syrie, a donné récemment à Paris une conférence pour témoigner du sort cruel réservé aux chrétiens par les rebelles syriens. Elle n’occulte pas pour autant les excès du régime de Bachar al-Assad.)

    Jeudi 21 mars l’Association France Israël (AFI) Paris recevait une personnalité inattendue:

    Mère Agnès-Mariam de la Croix

    , Higoumène en Syrie, pour une conférence-débat sur le thème: «Situation des Chrétiens en Syrie, quel message pour Israël et pour la France?»

    Dès l’annonce de la réunion, des mails contestant l’intervenante étaient parvenus à France-Israël. Leur contenu, d’apparence diversifiée, posait en fait une seule question: «qui est vraiment l’énigmatique Mère Agnès?». D’autres, plus accusateurs, reprenaient les mêmes arguments, mais ne voyaient dans l’intervenante rien d’autre qu’un membre des «légions françaises d’Assad».

    C’est donc avec un sentiment de réserve et de questionnement que nous sommes venus l’écouter.  L’amphi se remplit peu à peu et les organisateurs constatent avec plaisir la présence inhabituelle d’un certain nombre de participants chrétiens.  

    Charles Meyer

    , vice-président de l’exécutif AFI, fait une entrée en matière originale et pertinente: il s’appuie sur les textes de la pensée juive enjoignant à tout témoin d’actes de déraison humaine, où qu’ils adviennent, de prendre la parole et de les décrier. Cela permet à Mère Agnès de faire le lien en ajoutant «mais celui qui dit la vérité…».

    Voilà le cœur du sujet. Mère Agnès prend la parole. Elle se raconte de façon claire. Son père est un Palestinien de Nazareth réfugié au Liban, où elle est née. Elle a connu dans sa jeunesse le Flower Power et les Hippies, l’Inde le Gange, les voyages et l’évasion. Quand la foi se révèle à elle, elle ne fait pas les choses à moitié: vingt-deux ans d’enfermement parmi les carmélites déchaussées.

    Elle a lu tout ce que l’on dit d’elle dans la presse européenne. Elle s’en révolte et analyse cette volonté de délégitimer son propos comme un refus absolu d’écouter, et surtout d’entendre, le récit véritable des horreurs du terrain.  Sa présence inattendue à France-Israël s’explique par les refus des instances européennes, tous niveaux confondus, de lui donner la parole. Elle ne vient pas prendre parti. Elle tient absolument à témoigner, elle veut simplement décrire la fin violente de la communauté chrétienne d’Orient, celle qui est aux sources originelles du christianisme.  

    Mais les oreilles et les officines sont closes. Cela rappelle la chape de plomb qui recouvre la réalité du processus d’éviction définitive des 900 000 juifs des pays arabes.  Ces territoires devenus Judenrein, au sinistre souvenir, se préparent, dans le silence concerté des grands de ce monde et des bien-pensants, à devenir Christianrein!

    Avec les yeux grands ouverts du témoin visuel, elle raconte le sort cruel réservé aux chrétiens de la ville de Homs, les tonnes d’or razziées, dans les souks d’Alep, aux bijoutiers arméniens, leurs biens détruits et totalement pillés. Ils ne savent où se refugier entre Charybde et Scylla, entre Syrie et Turquie.

    Elle raconte

    la destruction de synagogues vieilles de 2000 ans

    , vestiges de la présence ancestrale et fructueuse des Juifs en Syrie. Sans s’attarder sur l’antisémitisme-antisioniste viscéral et violent du régime bassiste cautionné par la famille Assad, Mère Agnès précise que ces synagogues étaient protégées par le pouvoir et encore en fonction. On pouvait les visiter, même si elles avaient été vidées de leurs occupants légitimes.

    Elle raconte les églises brûlées, les viols systématiques de femmes par les révolutionnaires, car, explique-t-elle, selon la charia, la prise des femmes est un droit au plaisir du combattant.  Mère Agnès affirme que le gros des troupes de combattants est formé de mercenaires salafistes barbus, financés par les milliardaires des pays voisins soucieux d’en finir avec la dynastie des Alaouites, dont l’islam est jugé trop modéré.

    Ces combattants sont, dit-elle, des barbares sans foi ni loi, recrutés dans toute l’Europe. Ils viennent de Suède, de Grande Bretagne, de France et se permettent comme ils l’ont déjà fait à Tombouctou, de détruire complètement Alep, une ville pourtant reconnue patrimoine mondial. Bâtiments, foyer culturel, rien n’est épargné.  Des soldats de l’armée régulière passés à la révolution se sont mis, dit-elle, au service du combat pour l’établissement de la charia. Les véritables combattants républicains sont étouffés et réduits au silence, comme dans d’autres pays du printemps arabes. Mais personne ne veut l’entendre.

    Elle n’occulte pas pour autant les excès de la famille Assad. La situation des chrétiens de Syrie est celle des minorités en terre arabe:

    «entre les acteurs de la révolution actuelle et le pouvoir en place, cela revient pour nous à choisir entre la peste et le choléra».

    Critiques à fleuret moucheté, car elle retourne en Syrie, son lieu de vie.

    Mère Agnès poursuit en un appel vibrant au sauvetage du foyer originel du christianisme. Elle appelle à l’aide – fait surprenant – l’Etat d’Israël, qui se doit d’être le recours à la protection de la foi et des croyants.  Un dialogue sans concession s’instaure dès lors avec la salle. Les chrétiens présents se demandent ce que fait le Vatican, ce qu’attendent les chrétiens de par le monde pour attirer l’attention sur ce massacre ignoré.

    Très rapidement cependant, car l’hôte de la conférence est l’association France-Israël, le flot de questions se porte sur les relations israélo-syriennes: leur passé, leur présent, leur avenir. Que peut faire Israël, dont toute action d’aide à la Syrie serait aussitôt décriée de par le monde et considérée comme une volonté d’étendre sa présence et son pouvoir?

    Mère Agnès est interpellée par la salle – parfois avec rudesse – sur la place faite en Israël aux minorités arabes de toutes confessions. Quand elle raconte sa version de la vérité syrienne actuelle, Mère Agnès rencontre le même silence que celui qui occulte les actes démocratiques d’Israël, où des Arabes sont au Parlement à la Cour Suprême et dans toutes les sphères de la société, y compris le Parlement.

    Dialogue étonnant dénué de toute hypocrisie diplomatique.

    La salle questionne, agresse parfois, Mère Agnès répond sans se dérober. Son analyse se cantonne toutefois volontairement sur le plan de la foi. Pour elle, Israël doit rester pour les hommes de foi du monde une lumière, un exemple que pour sa part, dit-elle, elle accepte de suivre sans réserve.

    Une très longue soirée, riche de rencontre, de dialogue et d’étonnement, qui devrait être le début d’un dialogue à poursuivre. Mère Agnès a surpris l’auditoire par sa qualité d’analyse, sa disponibilité à répondre à tous les questionnements, sa conviction d’une vie de paix possible, mais gravement compromise à cause du manque de discernement des grands de ce monde.

    Mère Agnès convient de l’utilité d’aborder dans cette enceinte le problème israélo-arabe (israélo-palestinien corrige-t-elle) lors de son prochain passage à Paris.

    Cette réunion a connu un franc succès et malgré l’heure tardive, les conciliabules enflammés se sont poursuivis dans les couloirs du métro : les participants en voulaient encore.

    A chacun de se faire une idée selon sa conscience. Merci à France-Israël d’avoir permis cette rencontre, dans le respect du droit à la liberté d’expression et d’échange, des ingrédients bien rares, au demeurant.

    Josiane Sberro © Primo Info, 25 mars 2013

Comments are closed.